ATTUALITÀ POLITICA - 18 marzo 2026, 12:00

I valdostani: un popolo dalla salute cagionevole?

Tra liste d’attesa chiuse, visite rinviate di mesi e cittadini sempre più esasperati, il sistema sanitario valdostano solleva interrogativi profondi: è davvero un problema di salute diffusa o piuttosto di organizzazione e gestione? Sullo sfondo, il rischio più grande è la rassegnazione.

I valdostani: un popolo dalla salute cagionevole?

C’è un pensiero che forse non si dovrebbe dire ad alta voce, ma che ormai serpeggia ovunque: nelle valli, nelle piazze, nei bar con vista sul Cervino e sugli schermi dei telefoni. E se i valdostani fossero davvero un popolo dalla salute cagionevole?

L’idea è nata leggendo gli sfoghi sui social, Facebook in primis, ultimo rifugio della democrazia rumorosa, dove decine di cittadini raccontano la stessa scena con una precisione quasi meccanica: chiamano il CUP, il Centro Unico di Prenotazione, per fissare una visita. E si sentono rispondere, con aplomb burocratico degno di Kafka: «Le liste sono chiuse».

Non piene. Non intasate. Non in attesa. Chiuse. Come un negozio che ha tirato giù le serrande e non ha nessuna intenzione di riaprirle, almeno non a breve.

Un caso emblematico, e al tempo stesso tragicomico, è quello di una madre che cercava una visita oculistica per suo figlio. Risposta: nulla da fare, liste chiuse. Altri, i più fortunati, sono riusciti a strappare un appuntamento a giugno. O a luglio. O, per i palati più forti, addirittura a dicembre. Quasi un dono natalizio, ma decisamente meno festoso.

A questo punto la domanda sorge spontanea, con il tono di chi ha già una mezza risposta in testa: ma siamo davvero tutti così malati?

Che manchino i medici è un fatto noto, un ritornello tristemente familiare anche altrove in Italia. Alcune specialità, come l’ortopedia, sono in sofferenza da anni. Ma anche facendo la tara alle carenze di personale, resta un dubbio che non si lascia mettere a tacere: com’è possibile che per una visita ortopedica si debbano attendere 5-6 mesi?

Nel frattempo passano stagioni intere. Si impara a convivere col dolore come con un parente scomodo, si rinuncia oppure si cede al privato, sborsando cifre che non tutti possono permettersi.

Come ha scritto uno degli esasperati del web: «Mi diventa difficile pensare che su una popolazione di 120.000 persone… parliamo di 50.000 persone che debbano ricorrere a delle cure».

Cinquantamila su centoventimila. Quasi la metà. Se fosse davvero così, la Valle d’Aosta sarebbe un caso epidemiologico da manuale. Gli studiosi si metterebbero in coda — quella sì, funzionante — per venire ad analizzarci.

La domanda vera, però, è un’altra: è solo un problema di mancanza di medici, oppure c’è anche, in bella compagnia, un problema di organizzazione?

Perché se davvero metà della popolazione ha bisogno di cure specialistiche ogni anno, allora siamo di fronte a un’emergenza sanitaria conclamata, e bisognerebbe dirlo con chiarezza. Se invece i numeri sono gonfiati da inefficienze, da sovrapposizioni di prenotazioni, da agende gestite con la stessa cura con cui si gestisce un cassetto pieno di oggetti dimenticati, allora il problema è di governance. Non di salute pubblica.

E qui la questione cambia natura. Diventa politica, amministrativa, strutturale. Diventa qualcosa a cui qualcuno — eletto, nominato, stipendiato — dovrebbe rispondere. Non tra dieci mesi. Ora.

Perché un sistema sanitario che non riesce a garantire una visita oculistica pediatrica in tempi ragionevoli non è un sistema che “funziona ma con qualche ritardo”: è un sistema che non sta rispondendo alla sua funzione primaria. E quella funzione, per essere precisi, è prendersi cura delle persone.

Il pericolo non è solo l’attesa. L’attesa fa male, certo. E a volte fa molto male, in senso letterale, quando una visita rimanda una diagnosi.

Ma esiste un danno ancora più sottile, più pervasivo, più difficile da misurare con un ticket sanitario: la rassegnazione.

Quando i cittadini iniziano a pensare che “tanto è normale”, che “bisogna arrangiarsi”, che “non c’è niente da fare”, allora il servizio pubblico perde credibilità. E quando perde credibilità, perde anche la sua ragion d’essere.

Diventa uno scheletro burocratico che sopravvive a se stesso, mentre i più fortunati migrano verso il privato e i meno fortunati aspettano. E aspettano ancora.

Non è un destino inevitabile. È una scelta. O meglio, la conseguenza di tante piccole scelte sbagliate accumulate nel tempo.

Forse i valdostani non sono affatto un popolo dalla salute cagionevole. Forse sono, molto più semplicemente, un popolo paziente. Fin troppo paziente.

Un popolo che aspetta, che si lamenta sui social, che passa il testimone al post successivo, che alla fine accetta. Un popolo che vive tra le montagne più belle d’Europa e merita, senza troppe cerimonie, un sistema sanitario all’altezza di questa bellezza.

La pazienza, si sa, è una virtù cardinale. Ma non dovrebbe essere il biglietto d’ingresso per accedere a una visita medica.

Quello si chiama diritto.

E i diritti non hanno liste d’attesa.
O almeno, non dovrebbero.

Vittore Lume-Rezoli

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