CRONACA - 16 marzo 2026, 08:00

Se lo sport fa bene...

C’è una frase che sentiamo ripetere spesso: lo sport fa bene. Fa bene al cuore, ai muscoli, all’equilibrio, alla mente. Fa bene ai giovani, naturalmente. Ma fa bene soprattutto a chi giovane non lo è più. E allora viene spontanea una domanda semplice: se lo sport fa davvero così bene, perché non diventa una vera politica pubblica rivolta agli anziani?

Se lo sport fa bene...

In una società che invecchia rapidamente come la nostra, l’attività fisica di mantenimento per gli over 65 dovrebbe essere considerata un servizio essenziale, quasi come lo sono la sanità o l’assistenza sociale. Non si tratta di agonismo, né di prestazioni sportive: parliamo di ginnastica dolce, camminate guidate, stretching, esercizi per l’equilibrio e la mobilità. Attività semplici, ma decisive per mantenere autonomia, prevenire cadute, rafforzare il sistema cardiovascolare e migliorare la qualità della vita.

Per questo sarebbe sensato che Comuni, Regione e Usl promuovessero programmi pubblici di attività fisica di mantenimento destinati agli anziani, con costi accessibili a tutti. L’idea potrebbe essere semplice: corsi organizzati nelle palestre comunali, nei centri anziani o negli spazi pubblici, con istruttori qualificati, finanziati in parte dalle amministrazioni e in parte da un piccolo ticket simbolico.

Un ticket davvero sostenibile, che possano pagare anche i titolari di pensione sociale, senza che il costo diventi una barriera. E naturalmente con la gratuità per chi una pensione non ce l’ha affatto.

Pensiamo, per esempio, a tante donne che hanno dedicato la loro vita alla famiglia: anni trascorsi a crescere figli, a sostenere il lavoro dei mariti, a garantire stabilità domestica. Un lavoro silenzioso, spesso invisibile, che ha permesso alla società di funzionare e allo Stato di risparmiare enormi risorse in servizi che altrimenti sarebbero stati necessari. Eppure molte di loro oggi si ritrovano senza pensione o con redditi minimi, senza alcun vero riconoscimento per ciò che hanno dato alla comunità.

Per queste persone, l’accesso gratuito alle attività sportive di mantenimento sarebbe non solo una misura sanitaria, ma anche un gesto di giustizia sociale. Ovviamente dal ticket dovrebbero essere esenti tutte le casalinghe oggi prive di pensione propria e che sono a carico del coniuge.

Del resto il ragionamento è semplice: se lo sport previene o attenua molte patologie – dalle malattie cardiovascolari ai problemi articolari, fino alla depressione e all’isolamento – allora investire nella prevenzione è molto più intelligente che spendere soltanto nella cura.

Ogni euro investito in attività fisica può tradursi in meno farmaci, meno ricoveri, meno visite specialistiche. Non è solo un beneficio individuale: è anche un risparmio per il sistema sanitario pubblico.

In altre parole, promuovere lo sport tra gli anziani non è una spesa, ma un investimento. Un investimento nella salute, nell’autonomia delle persone e nella sostenibilità del sistema sanitario.

C’è poi un altro aspetto spesso sottovalutato: lo sport non è solo movimento, è anche socialità. Frequentare un corso di ginnastica, partecipare a una camminata di gruppo, incontrarsi due o tre volte alla settimana significa combattere la solitudine, che oggi è una delle forme più diffuse di fragilità tra gli anziani.

Meno solitudine significa anche meno depressione, meno ricorso a farmaci, più benessere psicologico.

Ecco perché Comune, Regione e Usl dovrebbero guardare allo sport per gli over 65 non come a un’attività ricreativa marginale, ma come a una vera politica pubblica di prevenzione sanitaria e coesione sociale.

In fondo la domanda resta quella iniziale: se è vero – come tutti ripetono – che lo sport fa bene, allora perché non renderlo davvero accessibile a tutti?

Forse è arrivato il momento di passare dalle parole ai fatti: investire un po’ di più nella salute e un po’ meno nella cura. Perché aiutare le persone a stare bene costa sempre meno che curarle quando si ammalano.

piero.minuzzo@gmail.com

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