C’era una volta il collocamento pubblico. Un ufficio statale, con funzionari, liste e numeri di chiamata. Un sistema che aveva i suoi difetti — lentezza burocratica, rigidità, qualche clientelismo — ma che almeno aveva uno scopo dichiarato: mettere in contatto chi cerca lavoro con chi lo offre, gratuitamente, come servizio alla collettività. Era un diritto, non un prodotto commerciale.
Poi, per gradi, quella funzione pubblica si è svuotata. I Centri per l’impiego sono diventati uffici dove si va per timbrare la presenza, compilare moduli, dimostrare di cercare attivamente lavoro, pena la perdita dei sussidi. Non più un servizio attivo di incontro tra domanda e offerta, ma un ufficio di controllo. Lo Stato ha smesso di fare il mediatore e ha aperto la porta ai privati.
Le agenzie interinali — o “agenzie per il lavoro”, come preferiscono farsi chiamare con un linguaggio più rassicurante — hanno conquistato uno spazio che era pubblico e lo hanno trasformato in business. Il meccanismo è semplice, quasi elegante nella sua sfrontatezza: il lavoratore viene assunto dall’agenzia, che poi lo “presta” all’azienda cliente. Non sei un dipendente dell’azienda per cui lavori: sei tecnicamente un lavoratore dell’agenzia, ceduto in affitto.
C’è una parola napoletana che descrive perfettamente questo schema: mediazione. Ovvero: tu fai la fatica, io mi metto in mezzo e prendo la mia parte. Un classico del capitalismo relazionale del Mezzogiorno, esportato però con successo in tutto il Paese — e arrivato anche in Valle d’Aosta.
Ad Aosta, in una città di circa 34.000 abitanti, si contano almeno cinque agenzie interinali attive. Cinque agenzie private per fare quello che un solo ufficio pubblico efficiente dovrebbe già fare. Cinque aziende che lucrano sulla difficoltà di trovare e mantenere un impiego.
E il Centro per l’impiego regionale? Esiste, naturalmente. Parcheggiato in qualche palazzo, dotato di personale, finanziato con fondi pubblici. Lo Stato, insomma, ha già alzato bandiera bianca.
Il lavoratore, in questo sistema, non è un cliente da servire: è una risorsa da gestire. Un numero nel database da tenere aggiornato per mostrarlo alle aziende quando serve. La differenza con il vecchio collocamento pubblico? Quello era lento per inefficienza burocratica. Questo è selettivo per calcolo commerciale.
E qui arriviamo alla vera, surreale conclusione di questo racconto: il più grande centro per l’impiego della Valle d’Aosta non si trova in nessun palazzo istituzionale, non ha orari di apertura, non ha funzionari né consulenti del lavoro. Si chiama Facebook.
I gruppi locali di Facebook — “Offerte di lavoro Aosta e Valle d’Aosta”, “Bacheca lavoro VdA” e decine di varianti — sono diventati la prima destinazione di chi cerca e di chi offre impiego. Ristoratori che cercano cuochi per la stagione estiva, alberghi che vogliono camerieri, privati che necessitano di badanti, piccole imprese che cercano operai: tutto passa da lì. È una bacheca digitale informale, caotica, democratica nella sua accessibilità e completamente fuori da qualsiasi controllo.
Il problema è che dietro questa apparente semplicità si nascondono trappole di ogni genere. Offerte di lavoro inesistenti usate per raccogliere dati personali. Proposte con compensi in nero o condizioni contrattuali non specificate. Annunci di agenzie dubbie che promettono lavoro facile all’estero in cambio di un «piccolo anticipo spese». Truffe ai danni di persone vulnerabili, disperate, che abboccano perché nessun sistema ufficiale le ha aiutate.
Siamo arrivati, quindi, a questo: lo Stato ha abdicato al ruolo di mediatore del mercato del lavoro. Le agenzie private lo hanno sostituito con un modello in cui la funzione pubblica diventa profitto privato. E quando anche questo non basta, quando le agenzie sono troppo selettive o troppo lontane dalla realtà quotidiana, le persone si arrangiano su Facebook — con tutti i rischi che ne conseguono.
Chi cerca qualcosa in fretta posta su Facebook. Chi si dispera clicca su annunci truffaldini.
La domanda che la politica regionale e nazionale dovrebbe porsi — ma che nessuno sembra avere urgenza di porre — è semplice: quante risorse pubbliche vengono investite ogni anno nei Centri per l’impiego? E quante persone vengono davvero aiutate a trovare un lavoro dignitoso attraverso quei canali?
Fino a quando non ci sarà una risposta onesta a queste domande continueremo a fare finta che il sistema funzioni. E nel frattempo, su qualche gruppo Facebook valdostano, qualcuno starà rispondendo a un annuncio di lavoro che non esiste, mandando il proprio curriculum a uno sconosciuto che sparirà con i suoi dati.





