Ieri mattina, passando davanti alle edicole, più di qualcuno si è fermato davanti a una locandina che colpiva allo stomaco. Il titolo era di quelli che non lasciano indifferenti: il casinò offre bonus a chi “segnala” gli amici. Tradotto: porta un altro giocatore e ricevi un premio. Un meccanismo da marketing aggressivo, degno delle piattaforme digitali, applicato però al gioco d’azzardo.
La domanda è semplice, è questo il messaggio che la politica valdostana vuole dare?
In Italia la pubblicità del gioco d’azzardo è stata fortemente limitata con il cosiddetto Decreto Dignità del 2018, che ha vietato le forme di promozione diretta e indiretta. Una scelta nata dalla consapevolezza che la ludopatia non è un vizio folkloristico, ma una dipendenza riconosciuta, inserita nei livelli essenziali di assistenza sanitaria. Parliamo di una patologia che distrugge famiglie, prosciuga stipendi, genera isolamento sociale e, nei casi più gravi, sfocia in drammi personali.
Eppure, mentre per le sigarette sui pacchetti campeggia la scritta “nuoce gravemente alla salute” e la pubblicità dei superalcolici è rigidamente regolata, sul gioco d’azzardo sembra che l’autostrada sia ancora aperta. Certo, formalmente si rispettano i limiti di legge, ma il confine tra promozione e incentivo è sottile. E quando il meccanismo premia chi porta dentro nuovi giocatori, il rischio di alimentare comportamenti compulsivi è tutt’altro che teorico.
Il punto diventa ancora più delicato se si guarda alla natura del Casinò de la Vallée. Non parliamo di una società privata qualsiasi: la casa da gioco di Saint-Vincent ha come azionisti la Regione Valle d’Aosta e il Comune. Dunque l’ente pubblico, da una parte, finanzia campagne di prevenzione contro le dipendenze; dall’altra, attraverso una propria partecipata, adotta strategie commerciali che incentivano l’ingresso di nuovi giocatori. Non è una contraddizione politica e morale?
Chi difende iniziative del genere potrebbe obiettare che il casinò opera in un mercato competitivo, che deve attrarre clientela per sopravvivere, che il turismo del gioco è una componente storica dell’economia valdostana. Tutto vero. Ma c’è una differenza sostanziale tra attrarre flussi turistici e innescare dinamiche di “reclutamento” tra conoscenti. Il passaparola incentivato economicamente non è promozione neutra: è una leva psicologica potente, perché sfrutta la fiducia personale.
Inoltre, il meccanismo del bonus crea una doppia pressione: su chi riceve l’invito, che si sente quasi coinvolto per amicizia, e su chi invita, che ha un interesse diretto a far entrare l’altro nel circuito del gioco. È un modello che ricorda certe logiche piramidali: più persone porti, più benefici ottieni. Applicato all’azzardo, diventa eticamente scivoloso.
C’è poi un tema di coerenza istituzionale. La Valle d’Aosta, come tutte le regioni, affronta i costi sociali della dipendenza da gioco: servizi sanitari, sostegno psicologico, interventi delle associazioni, indebitamento familiare. Ogni euro speso per curare una dipendenza è un euro che arriva anche da quella fiscalità che il gioco contribuisce ad alimentare. È un circuito ambiguo: si incassa da una parte e si ripara i danni dall’altra.
Non si tratta di demonizzare il casinò né di ignorarne il ruolo storico ed economico. Si tratta di fissare un limite politico. Un ente pubblico può accettare che una propria partecipata adotti strategie che, di fatto, incentivano l’allargamento della platea dei giocatori attraverso premi e bonus? Può farlo senza aprire un dibattito serio in Consiglio regionale?
Qui non è in gioco il moralismo, ma la responsabilità. Se davvero consideriamo la ludopatia una malattia e non una debolezza individuale, allora ogni scelta che aumenta l’esposizione al rischio merita una valutazione pubblica e trasparente.
Per questo sarebbe auspicabile una presa di posizione chiara del Consiglio regionale. Non per fare propaganda, ma per stabilire un principio: lo sviluppo economico non può poggiare su meccanismi che favoriscono comportamenti potenzialmente patologici. Soprattutto quando a promuoverli, direttamente o indirettamente, è la mano pubblica.
Altrimenti il messaggio che passa è semplice e pericoloso: per il gioco, tutto è concesso. E le porte restano spalancate alla ludopatia.
Porte aperte alla ludopatia
Hier matin, devant les kiosques, certains passants ont reçu la claque avant même le café. Une une bien voyante : le casino offre un bonus à ceux qui « signalent » des amis. Traduction brutale : ramène un joueur, touche ta prime. Du marketing agressif façon plateforme numérique, mais appliqué à la roulette et aux machines à sous.
La question est simple : est-ce vraiment le message que la classe politique valdôtaine veut donner ?
En Italie, la publicité pour les jeux d’argent a été fortement restreinte avec le « Decreto Dignità » de 2018, qui interdit les formes de promotion directe et indirecte. Pourquoi ? Parce que la ludopathie n’est pas un folklore pour soirées mondaines. C’est une dépendance reconnue par le système de santé. Une pathologie qui casse des familles, vide des comptes bancaires, isole socialement et, dans les cas extrêmes, mène au drame.
Et pourtant. Sur les paquets de cigarettes on lit « nocif pour la santé ». Les alcools forts sont strictement encadrés. Mais pour le jeu ? Autoroute dégagée, péage levé, plein gaz. Certes, juridiquement on reste dans les clous. Mais entre information et incitation, la frontière est fine. Et quand on récompense celui qui recrute un nouveau joueur, on ne parle plus d’image, on parle de mécanique d’addiction.
Le problème devient encore plus croustillant quand on regarde qui est derrière le Casinò de la Vallée. Ce n’est pas une multinationale exotique planquée sous les tropiques. Le casino de Saint-Vincent appartient à la Région autonome Vallée d’Aoste et à la Commune. Autrement dit : la main publique finance la prévention contre les dépendances… et, par filiale interposée, met en place des stratégies pour élargir la base des joueurs. Cohérence, quand tu nous tiens.
Les défenseurs diront : concurrence, marché, survie économique, tradition touristique. D’accord. Mais il y a une différence entre attirer des visiteurs et transformer les habitués en recruteurs rémunérés. Le bouche-à-oreille payé n’est pas neutre : il exploite la confiance entre amis. « Viens, c’est sympa » devient « Viens, ça me rapporte ».
Et le bonus crée une double pression : sur l’ami invité, qui se sent presque redevable, et sur celui qui invite, qui a un intérêt direct à faire entrer l’autre dans la boucle. Ça ressemble furieusement à une logique pyramidale : plus tu amènes de monde, plus tu gagnes. Appliqué au jeu d’argent, ça glisse vite sur une pente savonneuse.
Il y a aussi la question de la cohérence institutionnelle. La Vallée d’Aoste paie les coûts sociaux de la dépendance : soins, soutien psychologique, interventions associatives, surendettement. Chaque euro dépensé pour réparer les dégâts provient aussi des recettes que le jeu contribue à générer. On encaisse d’un côté, on panse les plaies de l’autre. Cercle presque parfait. Presque cynique.
Il ne s’agit pas de diaboliser le casino ni d’effacer son rôle historique et économique. Il s’agit de tracer une ligne rouge. Une entité publique peut-elle accepter qu’une société qu’elle contrôle mette en place des mécanismes qui encouragent, même indirectement, l’extension du nombre de joueurs par primes et récompenses ? Sans débat clair au Conseil régional ?
Ici, il ne s’agit pas de morale en soutane, mais de responsabilité politique. Si la ludopathie est une maladie et non une faiblesse individuelle, alors toute décision qui augmente l’exposition au risque mérite transparence et discussion publique.
Sinon, le message est limpide : pour le jeu, tout passe. Et les portes restent grandes ouvertes à la ludopathie.





