Navigare nell’era digitale senza una bussola è come camminare in un mare in tempesta: gli strumenti ci sono, le rotte sono tracciate, ma spesso chi li usa è lasciato solo a gestire correnti impreviste e insidie invisibili.
Viviamo in un’epoca di grande paradosso. Da una parte, istituzioni e governo spingono verso la digitalizzazione totale dei servizi: dall’INPS all’Agenzia delle Entrate, dai comuni alle ASL, tutto deve passare online. Dall’altra, però, i cittadini vengono lasciati soli in un mondo minato da truffe sempre più sofisticate, senza protezioni adeguate, senza formazione sufficiente e, soprattutto, senza una rete di sicurezza quando qualcosa va storto.
Il panorama delle truffe informatiche è vastissimo. Ogni giorno migliaia di italiani cadono vittime di raggiri che vanno dalla clonazione degli account social al phishing bancario, dalle false email dell’INPS alle truffe romantiche sui social network. Email che sembrano provenire dalla propria banca, SMS che annunciano pacchi inesistenti, telefonate di falsi operatori e siti web quasi identici a quelli ufficiali diventano trappole quotidiane.
Le conseguenze sono devastanti: perdite economiche, danni psicologici, violazioni della privacy, furto d’identità. Eppure, la risposta dello Stato appare inadeguata. Le norme ci sono, ma la percentuale di truffatori assicurati alla giustizia resta minima. Molti operano dall’estero con sistemi complessi, e le forze dell’ordine, pur volenterose, spesso sono impotenti di fronte a crimini così sofisticati.
La contraddizione è evidente: lo Stato obbliga a usare servizi digitali, ma non garantisce la sicurezza. I dati personali finiscono in rete, le autenticazioni sono deboli, e gli interventi concreti sono rari. La sensazione è di essere pionieri mandati allo sbaraglio: “Usa SPID”, “Scarica l’app IO”, “Compila il modulo online”. Ma quando qualcosa va storto, la risposta è spesso un laconico: “Avrebbe dovuto fare più attenzione”.
Il problema è acuito dall’analfabetismo digitale. In Valle d’Aosta e in tutta Italia milioni di cittadini, spesso anziani, non hanno dimestichezza con computer e servizi online. Persone che hanno lavorato una vita e che ora faticano a pagare una bolletta, prenotare una visita o controllare la pensione. La risposta tradizionale — “insegnare loro a usare il computer” — è insufficiente. Non tutti hanno computer, connessione o tempo per studiare procedure complesse e siti tortuosi.
Ecco perché emerge una proposta concreta: affiancare alla tecnologia l’elemento umano. I comuni, le ASL, gli uffici pubblici dovrebbero istituire la figura del Facilitatore Digitale. Non un insegnante di informatica, ma una persona che accompagna il cittadino nelle operazioni online: compilare un modulo, scaricare un certificato, risolvere errori ricorrenti.
Il Facilitatore Digitale non sostituisce la formazione, ma la completa. Per chi vuole imparare, i corsi restano preziosi. Per chi, per età o scelta, non può diventare esperto, è la garanzia di accedere ai servizi senza rischi.
La tecnologia deve servire le persone, non escluderle. In un mondo dominato dai dati, la vera innovazione è l’umanità: qualcuno che ti prenda per mano e ti aiuti a navigare un mare complesso, senza giudicare se non sai cos’è un PDF o come scaricare un’app.
Agli amministratori, il messaggio è chiaro: investite in persone, non solo in server e piattaforme. Solo così la digitalizzazione sarà davvero per tutti, e non un privilegio per pochi o un’arma nelle mani dei truffatori.





