CRONACA - 07 febbraio 2026, 12:00

Casa e fragilità sociali, via libera al Protocollo tra Regione, Comune di Aosta e ARER

Sostenere l’abitare significa prevenire il disagio prima che diventi emergenza. Con il nuovo Protocollo d’intesa tra Regione, Comune di Aosta e ARER, la Valle d’Aosta sceglie di presidiare il confine più fragile della coesione sociale

Esterno Direzione ARER

Esterno Direzione ARER

Una casa può essere un rifugio oppure il primo fronte di una crisi. Dipende da cosa succede prima che le serrature si chiudano e le bollette si accumulino, prima che una difficoltà economica diventi morosità, prima che un disagio relazionale si trasformi in isolamento. È su questo confine sottile che interviene il Protocollo d’intesa approvato dalla Giunta regionale il 6 febbraio 2026, un accordo che prova a spostare l’asse delle politiche abitative dalla gestione dell’emergenza alla prevenzione strutturale.

L’intesa, sottoscritta con il Comune di Aosta e l’ARER Valle d’Aosta, nasce con un obiettivo dichiarato: «rafforzare in modo strutturale le azioni di sostegno ai nuclei assegnatari di alloggi di edilizia residenziale pubblica e prevenire situazioni di disagio abitativo». Non una formula di rito, ma un cambio di passo che riconosce come l’abitare non sia un tema tecnico, bensì un fattore decisivo di stabilità sociale.

Il cuore del provvedimento sta nella scelta di “mettere a sistema” ciò che troppo spesso ha funzionato in modo frammentato. Il Protocollo «consolida un modello integrato tra politiche abitative e politiche sociali», superando interventi episodici e costruendo un approccio stabile di accompagnamento. L’obiettivo è intercettare per tempo le fragilità economiche, sociali o relazionali che rischiano di sfociare nella perdita dell’alloggio, attivando risposte coordinate e personalizzate.

In concreto, viene definito un quadro operativo condiviso che coinvolge ARER, servizi sociali regionali e comunali, Punto Unico di Accesso, portierato sociale, servizi di prossimità e figure di animazione di comunità. Una rete che consente una presa in carico tempestiva e integrata dei nuclei più fragili, perché «la stabilità abitativa non è solo un tetto garantito, ma una condizione per migliorare la qualità della convivenza e rafforzare il tessuto sociale nei contesti di edilizia pubblica».

Il valore dell’accordo sta proprio qui: nell’idea che la casa non sia soltanto il luogo dove si dorme, ma uno spazio di relazioni, di dignità, di appartenenza. Per questo l’approccio scelto «non si limita a gestire l’emergenza abitativa», ma punta a un lavoro continuativo che comprende la prevenzione della morosità, il supporto nei conflitti condominiali, l’orientamento ai servizi e alle opportunità presenti sul territorio. Un modo concreto per contrastare l’isolamento e la marginalità prima che diventino irreversibili.

L’Assessore alla Sanità, Salute e Politiche sociali lo chiarisce senza ambiguità: con questo Protocollo si intende «passare da una logica emergenziale a un’azione preventiva e di accompagnamento», perché lavorare in rete significa sostenere davvero le famiglie più fragili, prevenire la perdita dell’alloggio e «promuovere contesti abitativi più coesi e vivibili». In questa visione, «l’abitazione non è solo uno spazio fisico, ma un elemento fondamentale di sicurezza sociale e di dignità per le persone».

C’è anche un altro elemento politico non secondario: il Protocollo non comporta nuovi oneri per il bilancio regionale. Consolida e rende strutturale un’esperienza già avviata negli anni precedenti, dimostrando che spesso la vera innovazione non sta nelle risorse aggiuntive, ma nella capacità di coordinare meglio quelle esistenti.

In un tempo in cui il disagio abitativo rischia di diventare una frattura sociale silenziosa, questa intesa segna una scelta chiara: presidiare il prima, non rincorrere il dopo. Perché quando una casa resta tale, e non diventa un problema, a guadagnarci è l’intera comunità.

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