Ci sono interventi parlamentari che scivolano via, incastrati nei rituali dell’Aula e nelle formule di circostanza. E poi ce ne sono altri che, senza alzare la voce, riescono a colpire più a fondo. L’intervento di Franco Manes durante l’informativa del ministro Piantedosi sui fatti di Torino appartiene a questa seconda categoria.
Il punto di partenza è netto, senza ambiguità. La solidarietà, “massima, piena e incondizionata”, alle Forze dell’Ordine “vigliaccamente percorse” mentre svolgevano il loro lavoro, e ai giornalisti aggrediti e minacciati. Un passaggio che Manes accompagna con un richiamo spesso dimenticato: la vicinanza anche alla comunità di Vanchiglia e all’intera città di Torino, “che non meritano questo disordine e l’ondata di violenza”. Perché la violenza non colpisce mai solo chi la subisce fisicamente, ma ferisce territori, relazioni, convivenze.
Da rappresentante di una minoranza linguistica, Manes aggiunge un tassello politico tutt’altro che secondario. “Anche noi minoranze linguistiche consideriamo inaccettabile che si compiano queste violenze, gratuite e deliberate, contro le Forze dell’Ordine”, sottolineando come chi garantisce la sicurezza contribuisca, ogni giorno, “alla libertà e alla convivenza democratica e civile del Paese”. Un’affermazione che ribalta una narrazione tossica: ordine e libertà non sono opposti, ma si tengono insieme.
C’è poi il cuore più profondo del ragionamento. Le violenze di Torino, dice Manes, non sono episodi casuali. Nascono da “elementi precisi”: “la fine di una società educata ed empatica verso gli altri” e la “legittimazione dell’atteggiamento di aggressività come elemento politico distinguente e allo stesso tempo identitario”. È qui che il discorso si fa scomodo, perché chiama in causa tutti. Anche – e soprattutto – la politica.
Non a caso il deputato valdostano lancia un appello che va controcorrente rispetto alla tentazione dominante: “Ciò che è accaduto a Torino richiama tutte le forze politiche di questo Parlamento non alla divisione, ma al confronto”. La violenza va condannata con fermezza, certo, ma non trasformata “in un argomento di puro scontro, anche qui nelle Camere”.
Il passaggio più politico, forse il più lucido, arriva subito dopo. “Il peggior favore che possiamo fare ai facinorosi e agli eversori è proprio quello di indebolire la Politica, di colpire anche noi la Democrazia, alimentando le contrapposizioni ideologiche”. Inseguire il consenso con i distinguo, spettacolarizzare un “Parlamento che parla soltanto” ma “non agisce”, significa fare il gioco di chi vive di caos e delegittimazione.
Manes allarga poi lo sguardo: Torino non è un’eccezione, ma parte di una sequenza che attraversa molte città italiane e “ormai tanti luoghi del mondo”. La risposta non può essere la rinuncia alla libertà, ma nemmeno l’ambiguità. “In questi tempi complicati, dobbiamo saper agire insieme per il rispetto della legalità, senza rinunciare mai a promuovere una società libera e aperta”.
Da qui l’invito, quasi controintuitivo in una stagione di urla, ad “abbassare i toni” dello scontro ideologico e a “dimostrare unità e dare l’esempio”. Perché, ricorda Manes con chiarezza disarmante, “non c’è Democrazia senza rispetto delle Forze dell’Ordine” e “non c’è spazio per gli estremisti, né qui dentro in quest’aula, né fuori da qui”.
È un intervento che non cerca applausi facili né scorciatoie mediatiche. E proprio per questo pesa. In tempi in cui la violenza diventa carburante politico e la polarizzazione un modello di business, ricordare che la politica ha il dovere di non farsi trascinare nel baratro è, paradossalmente, un atto radicale. E necessario.





