In Valle d’Aosta la parola autonomia non è uno slogan né un artificio giuridico: è una conquista storica, una pratica quotidiana, un equilibrio delicato tra livelli di potere che affonda le radici nella Costituzione. È anche per questo che l’appello lanciato dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana, in vista del referendum del 22 e 23 marzo sulla riforma della magistratura, risuona con particolare forza anche alle nostre latitudini.
«Andate a votare. C’è un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare».
Parole che parlano direttamente a una comunità che conosce bene il valore delle garanzie costituzionali e il rischio che ogni intervento frettoloso o sbilanciato possa compromettere assetti costruiti con fatica. In una Regione autonoma, l’indipendenza dei poteri dello Stato non è un concetto astratto, ma una condizione essenziale per la tutela delle minoranze, dei territori e dei cittadini.
Zuppi lo dice chiaramente, sgombrando il campo da letture ideologiche: «L’autonomia dei giudici è essenziale. Non è un privilegio corporativo, ma una garanzia per tutti».
Un’affermazione che trova una eco significativa anche nelle inaugurazioni dell’anno giudiziario tenutesi oggi, dove in più sedi sono emerse valutazioni critiche sul referendum e sulle sue possibili conseguenze. Magistrati, rappresentanti dell’avvocatura e operatori del diritto hanno richiamato il rischio di un indebolimento dell’indipendenza della funzione giudiziaria, proprio in un momento storico segnato da una crescente sfiducia nelle istituzioni.
In Valle d’Aosta, dove l’autonomia regionale si regge su un sistema di pesi e contrappesi riconosciuto e garantito dall’ordinamento statale, ogni intervento che modifichi l’equilibrio tra i poteri centrali non può essere letto come una questione distante. Al contrario, riguarda direttamente il modo in cui lo Stato si relaziona con i territori e con le loro specificità.
Il No al referendum nasce dunque non da una difesa corporativa della magistratura, ma da una preoccupazione più ampia: quella di preservare l’architettura costituzionale che ha consentito anche alle autonomie speciali di esistere, svilupparsi e dialogare con lo Stato centrale. Indebolire l’autonomia di un potere significa, inevitabilmente, aprire una crepa in un sistema che vive di equilibri.
La lezione dei padri costituenti – spesso evocata, raramente praticata – è particolarmente cara a una Regione che nella Costituzione ha trovato riconoscimento e tutela. È anche per questo che il referendum di marzo non può essere liquidato come una questione tecnica o settoriale.
Andare a votare è un dovere civico. Riflettere sulle conseguenze del proprio voto è una responsabilità. In un territorio che ha fatto dell’autonomia una cifra identitaria, la difesa dell’equilibrio tra i poteri dello Stato non è una battaglia astratta, ma una scelta coerente con la propria storia.
E, per molti, il No rappresenta proprio questo: una forma di tutela della Costituzione, dell’autonomia e della qualità democratica delle istituzioni.





