La Fiera di Sant’Orso arriva puntuale, come una sorta di Capodanno laico della Valle d’Aosta. Il 30 e 31 gennaio Aosta tornerà a essere ciò che è da più di mille anni: una città attraversata da legno profumato, scalpelli, voci in patois, mani segnate dal lavoro e sguardi curiosi. Non un semplice evento, ma una ritualità collettiva che tiene insieme passato e presente, artigiani e famiglie, turisti e valdostani che “alla Sant’Orso” ci vanno perché è così che si fa, da sempre.
I numeri parlano chiaro e raccontano la dimensione dell’appuntamento: 1.067 espositori, 57 artigiani professionisti all’Atelier des Métiers, 69 imprese nel padiglione enogastronomico. Numeri da grande evento, ma ridurli a statistica sarebbe un errore. Perché la Foire non è una fiera-mercato come le altre: è un atto identitario, un momento in cui la Valle d’Aosta si mette in mostra senza travestirsi.
Questo concetto è stato ribadito con forza dall’assessore regionale alle attività produttive Luigi Bertschy, che ha chiarito la linea politica: l’artigianato di tradizione non è folclore decorativo né animazione turistica, ma parte strutturale dell’economia e dell’identità valdostana. La nuova legge regionale di settore va proprio in questa direzione, riconoscendo dignità economica e culturale a chi lavora il legno, la pietra, il cuoio, il ferro. Mestieri che non “intrattengono”, ma tengono insieme una comunità.
L’edizione 2026 porta con sé una novità dal forte valore simbolico: la collaborazione con la Stella di Pila, il bar-ristorante panoramico a 2.700 metri, balcone sospeso sulle Alpi e icona della montagna turistica. Cabina tematizzata sulla Foire, sconti dedicati, biglietti omaggio per gli espositori: non una semplice operazione di marketing, ma un messaggio chiaro.
La Sant’Orso sale di quota e stringe un patto con il mondo della neve, dimostrando che la Valle d’Aosta non può e non deve dividersi tra “centro storico” e “stazioni sciistiche”. Legno e funivia, banco dell’artigiano e terrazza panoramica fanno parte della stessa narrazione. È una visione contemporanea dell’autonomia: non compartimenti stagni, ma connessioni intelligenti.
Accanto alla dimensione culturale, la Fiera è anche una grande prova logistica. Un’onda di presenze che si abbatte su Aosta e che, negli anni, ha trovato una gestione sempre più rodata. Il calendario delle iniziative conferma un impianto ormai consolidato: la Veillà di Petchou negli spazi di Plus, i punti rossoneri per la ristorazione, la geolocalizzazione degli artigiani per orientarsi nel fiume umano, la mostra “La Foire des savoir-faire” alla Collegiata dei Santi Pietro e Orso, il gran finale musicale allo Splendor.
Sul fronte dei trasporti arriva una notizia concreta: Ferrovie dello Stato – tramite Trenitalia – ha annunciato il potenziamento dei collegamenti sulla tratta Ivrea–Aosta, con corse straordinarie e servizi notturni rafforzati in occasione della Fiera. Un segnale importante, perché riconosce la Sant’Orso come evento di rilevanza nazionale e non solo locale, e perché risponde a una richiesta storica: garantire accessibilità senza costringere tutti all’auto privata.
Il presidente della Regione Renzo Testolin ha insistito su un punto che si percepisce chiaramente camminando tra i banchi: la Fiera non appartiene alle istituzioni, ma a un popolo intero. Pro loco, associazioni, volontari, artigiani, studenti, forze dell’ordine, operatori turistici: per due giorni la Valle d’Aosta dimostra di saper organizzare e accogliere, con professionalità e quel pizzico di caos creativo che fa parte del gioco.
Il sindaco di Aosta Raffaele Rocco ha parlato di macchina oliata. Ed è difficile dargli torto: la Foire è una sfida complessa, gestita ormai con esperienza e consapevolezza.
Per le imprese, come ha ricordato il presidente della Chambre Roberto Sapia, la Fiera è molto più di una vetrina commerciale. È un luogo di relazioni, dove la credibilità passa dal contatto diretto, dallo sguardo, dalla stretta di mano. Non è un caso che molti artigiani, finito l’evento, parlino meno degli incassi e più degli incontri: clienti che tornano ogni anno non per comprare, ma per salutare.
Ed è qui che sta la sfida vera: evitare che la Sant’Orso diventi una cartolina per turisti, svuotata di senso, e continuare a farne un luogo vivo, dove il sapere manuale è rispettato come patrimonio. In un’epoca dominata dal digitale, la Fiera ricorda ostinatamente che le mani valgono quanto le tastiere e che una comunità autonoma si riconosce anche dal modo in cui custodisce i propri mestieri.
Alla fine, come ogni anno, resterà la sensazione di aver attraversato non solo una fiera, ma un pezzo di identità collettiva. Ed è probabilmente questo il vero motivo per cui, nonostante il freddo, le ore in piedi e la confusione, la gente continua a venire. Perché tra una grolla, una coppa in noce e una stretta di mano, la Valle d’Aosta si guarda allo specchio.





