CULTURA - 27 gennaio 2026, 07:00

La Giornata della Memoria 2026: parole che restano, responsabilità che parlano

Per il Coordinamento Nazionale Docenti dei Diritti Umani, il 27 gennaio non è solo commemorazione, ma momento di riflessione critica sul passato e sulla memoria scritta della Shoah. Il prof. Romano Pesavento sottolinea l’importanza di scuole e studenti nel custodire la memoria attraverso testi, documenti e testimonianze, per prevenire negazionismo e distorsioni della storia

La Giornata della Memoria 2026: parole che restano, responsabilità che parlano

La memoria è come un filo d’inchiostro che attraversa il tempo: non si limita a registrare eventi, ma tiene insieme responsabilità, verità e futuro. È con questa immagine che il prof. Romano Pesavento, presidente del Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU), invita a leggere la Giornata della Memoria 2026. “Il 27 gennaio interroga il modo in cui il passato viene conosciuto, narrato e trasmesso, chiamando in causa la qualità della memoria collettiva e il ruolo educativo delle istituzioni scolastiche”, afferma Pesavento, sottolineando che commemorare non significa soltanto ricordare, ma educare alla consapevolezza dei diritti.

Per l’edizione 2026, il tema scelto, “La Memoria scritta della Shoah”, invita a riportare al centro dell’attenzione documenti, diari, testimonianze, letteratura e poesia. “La memoria non è un dato spontaneo né un semplice esercizio emotivo”, dice il prof. Pesavento, “essa si costruisce attraverso la scrittura, la conservazione delle tracce e il lavoro di studio che consente di sottrarre il passato alla semplificazione e alla rimozione”. In questo senso, prosegue, la dimensione documentaria diventa “un presidio essenziale contro il negazionismo e contro le forme più sottili di distorsione della storia”.

Il prof. Pesavento richiama l’attenzione sulle lacune legislative italiane: “La legge 211 del 2000 ricorda la Shoah e le leggi razziali, ma non cita esplicitamente il fascismo né il ruolo dello Stato italiano nelle politiche razziali. Questo rende ancora più necessario un lavoro rigoroso sulle fonti, per restituire concretezza alle scelte politiche e amministrative che resero possibile la persecuzione”.

La persecuzione antiebraica, spiega Pesavento, “non fu un evento improvviso né esclusivamente conseguenza dell’occupazione tedesca dopo il 1943. Si sviluppò progressivamente attraverso leggi, decisioni amministrative e la collaborazione della Repubblica sociale italiana”. Solo la memoria scritta consente oggi di ricostruire con precisione questi processi, restituendo volti, nomi e responsabilità.

In questo contesto, il CNDDU promuove per il 2026 la campagna nazionale “Parole che restano”. Come chiarisce Pesavento, “nasce dall’idea che siano le parole – dei diari, delle lettere, delle leggi, delle testimonianze – a costruire il ponte tra il passato e il presente, rendendo visibili i processi attraverso cui i diritti possono essere progressivamente negati”. La campagna vuole rafforzare il ruolo della scuola come luogo di costruzione della coscienza civile, superando una didattica puramente celebrativa e promuovendo percorsi integrati di storia, linguistica e educazione ai diritti umani.

Il presidente del CNDDU evidenzia anche la delicatezza del contesto internazionale: “In un tempo segnato da guerre e crisi umanitarie, la memoria della Shoah non può essere sovrapposta al presente né trasformata in strumento di contrapposizione politica. Preservarne la specificità storica è condizione necessaria per un confronto pubblico responsabile e rispettoso”.

Ricordare, conclude Pesavento, significa nominare senza ambiguità colpe e complicità, comprese quelle italiane, e investire sulla scuola come luogo dove il passato rende il presente più consapevole, critico e attento alla tutela dei diritti e della dignità di ogni essere umano. Solo così, aggiunge, “la Giornata della Memoria può continuare a parlare alle nuove generazioni e interrogare il nostro tempo”.

je.fe.

SU