Ci sono idee che nascono già con il botto. Non quello degli applausi, ma quello dei sopraccigli che si inarcano all’unisono. Nei Palazzi valdostani, in vista del prossimo Consiglio Valle, circola una proposta che più che una mozione sembra un esperimento sociologico: intitolare un’aula dell’Università della Valle d’Aosta – Université de la Vallée d’Aoste a Charlie Kirk, attivista statunitense ultraconservatore e volto noto delle battaglie culturali più divisive d’oltreoceano.
Ora, Le Cagnard Déchainé lo dice subito, senza girarci troppo attorno: l’idea è di quelle che fanno sorridere, ma per nervosismo. Perché se c’è un luogo che dovrebbe incarnare pluralismo, confronto e libertà critica, quello è l’università. E se c’è una cosa che la Valle d’Aosta rivendica da sempre è la propria specificità culturale, non certo l’importazione chiavi in mano di simboli ideologici made in USA.
La mozione, firmata da Lega e La Renaissance, viene raccontata come un gesto “provocatorio”. E in effetti lo è. Talmente provocatorio che qualcuno si è chiesto se, dopo l’aula, arriverà anche il merchandising o un corso opzionale su come combattere il “pensiero woke” tra una lezione di diritto e una di linguistica francese. Battute, per carità. Ma non troppo.
Il bello – si fa per dire – è che questa vicenda ha riacceso vecchi ricordi. Per esempio quelli legati a Giovanni Girardini, che alla vigilia delle Regionali e Comunali guardava con grande prudenza all’ingresso nella coalizione di centrodestra. Troppo sovranista, troppo nazionalista, troppo distante da una certa idea di autonomia e moderazione. Così si diceva allora, nei capannelli pre-elettorali.
Poi, come spesso accade sotto i cieli della politica, le stagioni cambiano in fretta. Da quando la Lega ha condiviso il suo ricorso in Comune ad Aosta, raccontano i bene informati con tono candido, le distanze ideologiche sembrano essersi accorciate. Non un voltafaccia, sia chiaro: più una raffinata evoluzione del pensiero. Una di quelle che, a guardar bene, trasformano lo scettico di ieri nel difensore convinto di oggi. Anche delle idee più… esotiche.
E così eccoci qui: una Valle d’Aosta che discute se sia il caso di dedicare uno spazio accademico a un simbolo dell’ultraconservatorismo americano, mentre Le Cagnard Déchainé prende posto in prima fila, rigorosamente contrario, con il sorriso ironico di chi pensa che l’università valdostana abbia già abbastanza storia, identità e cervelli pensanti per non doversi affidare a icone importate.
Intitolare un’aula non è mai un gesto neutro. È un messaggio. E questo messaggio, francamente, suona più come una provocazione politica che come un omaggio culturale. Ma niente paura: i Palazzi passano, le mode ideologiche pure. L’ironia resta. E Le Cagnard Déchainé continuerà a guardare le stelle… ridendo, piano, dei Palazzi.
Del resto, l’università è luogo di studio, non di culto. Le aule servono a formare spiriti critici, non a esporre santini ideologici, qualunque sia il colore della bandiera o l’accento della voce che li pronuncia. Se proprio si vuole guardare oltreoceano, forse basterebbe farlo con curiosità intellettuale, non con una targa in ottone. Perché le mode passano, le intitolazioni restano. E la Valle d’Aosta, che da secoli difende la propria autonomia culturale, può permettersi di scegliere con calma chi merita davvero di essere appeso al muro.





