In un momento storico in cui la sanità pubblica italiana avrebbe bisogno di compattezza, responsabilità e unità di intenti, la protesta messa in campo da CGIL e UIL contro l’accordo sull’indennità di pronto soccorso rischia di produrre l’effetto opposto. Una frattura sindacale che emerge con forza in Piemonte, dove il confronto tra le organizzazioni dei lavoratori si è trasformato in uno scontro politico-sindacale più che in un dibattito sul merito.
La norma nazionale ha destinato risorse specifiche per riconoscere un’indennità al personale dei pronto soccorso, prevedendo esplicitamente, all’interno del contratto collettivo nazionale, una differenziazione per profilo professionale. Una scelta non arbitraria, ma scritta nero su bianco all’articolo 69, comma 2, del CCNL. Su questa base, le organizzazioni sindacali firmatarie del contratto – CISL, FIALS, NURSIND e NURSING UP – hanno sottoscritto un accordo che prevede un’indennità fino a 500 euro mensili per gli infermieri e fino a 250 euro per gli altri profili.
CGIL e UIL non hanno partecipato alla trattativa non perché escluse, ma perché non firmatarie del contratto. Una condizione che per anni hanno rivendicato come principio di correttezza e che oggi, paradossalmente, contestano nel momento in cui sono chiamate a rispettarla. Da qui nasce una polemica che, secondo le sigle firmatarie, si fonda su affermazioni false: nessuno è rimasto escluso dall’indennità, non è vero che solo gli infermieri ne abbiano beneficiato e non risulta alcuna revoca dell’accordo.
I dati parlano chiaro: dal 2022 l’indennità viene riconosciuta a tutto il personale interessato, dal giugno 2023 è stata incrementata e oggi viene estesa anche agli operatori dell’emergenza territoriale 118. Parlare di esclusioni o di passi indietro significa, secondo CISL, FIALS, NURSIND e NURSING UP, alimentare disinformazione in un settore che non può permettersi ulteriori tensioni.
Il nodo vero, però, è politico e professionale. CGIL e UIL contestano la differenziazione delle indennità, sostenendo che le risorse avrebbero dovuto essere distribuite in modo uniforme. Una posizione che si scontra con la realtà quotidiana dei pronto soccorso piemontesi, dove la carenza di infermieri ha raggiunto livelli allarmanti, con circa 5.000 unità mancanti. Una professione sempre meno attrattiva, corsi di laurea vuoti e difficoltà crescenti nel trattenere personale in prima linea, nonostante gli incentivi economici.
In questo contesto, la scelta di rafforzare l’indennità per chi opera quotidianamente nei pronto soccorso viene rivendicata come responsabile e coerente. Non una guerra tra professioni, ma il riconoscimento di rischi, carichi di lavoro e responsabilità che non sono uguali per tutti. Accusare chi firma l’accordo di creare divisioni significa, secondo i sindacati firmatari, ribaltare la realtà dei fatti.
La partita, inoltre, non si chiude qui. Il tavolo di trattativa – dal quale CGIL e UIL si sono autoescluse – guarda già alle nuove risorse previste dall’incremento dell’1% dei fondi per il periodo 2026–2029, con l’obiettivo di valorizzare ulteriormente anche i profili tecnici sanitari e gli OSS. Analoga attenzione è annunciata per il personale del 112, compatibilmente con i fondi ministeriali dedicati.
Resta infine una contraddizione difficile da ignorare: mentre a livello territoriale alcune sigle definiscono l’accordo un’ottima risposta per i professionisti della sanità piemontese, i vertici nazionali ne prendono le distanze. Un corto circuito sindacale che arriva nel momento peggiore possibile, proprio mentre la sanità pubblica, tra riforme, carenze strutturali e scelte impopolari, avrebbe bisogno di unità più che di scontri.





