La stretta di mano avviene in un luogo istituzionale, il ministero delle Infrastrutture. Il sorriso è disteso, lo scatto viene pubblicato con orgoglio. A postarlo è Tommy Robinson, all’anagrafe Stephen Lennon: influencer neonazista, volto di riferimento dell’estrema destra inglese, condannato per possesso di cocaina e per oltraggio alla corte, organizzatore di marce xenofobe che hanno incendiato le strade di Londra.
«Un onore stringere la mano a un leader coraggioso», scrive Robinson su X, incassando l’ennesima legittimazione politica. Dall’altra parte dell’obiettivo c’è Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, che proprio in queste ore predica – almeno sulla carta – un ritorno a toni più “moderati” in vista delle prossime scadenze elettorali.
L’effetto, prevedibile, è una bufera politica. L’opposizione insorge. «La nostra Costituzione è fieramente antifascista», ricorda Chiara Gribaudo (Pd), sottolineando l’incompatibilità tra le istituzioni repubblicane e personaggi che incarnano l’ideologia neonazista. Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli parlano apertamente di fatto «grave e inaccettabile», chiamando in causa il ministro degli Esteri: «Il governo italiano tollera sconcezze simili?».

Al centro Girardini con lui il direttivo la segretaria Roberta Carla Balbis, con Orianna Cremonese (segretaria amministrativa), Elso Gerardin e Rossana Scapoli (consiglieri)
A questa domanda, Antonio Tajani risponde. E lo fa senza ambiguità. Da Milano, il leader di Forza Italia prende ufficialmente le distanze dall’incontro, segnando una linea politica chiara e ribadendo che certe frequentazioni non sono compatibili con una destra di governo credibile, europea e istituzionale. Un messaggio che, più che a sinistra, parla direttamente agli alleati.
Ed è qui che la questione smette di essere solo nazionale e arriva dritta in Valle d’Aosta.
Perché mentre Tajani marca il confine, qui da noi Giovanni Girardini ed Eleonora Baccini continuano ad andare a braccetto con quella stessa Lega che flirta senza imbarazzi con ambienti e personaggi sempre più estremi. Nessuna parola, nessuna presa di distanza, nessun distinguo. Silenzio assoluto.
Un silenzio che pesa, perché non è neutro. È una scelta. È l’atto di chi, per esclusivo tornaconto personale – leggi: il patrocinio del ricorso in Comune ad Aosta – preferisce ingoiare tutto. Anche l’indifendibile. Anche ciò che altrove viene ormai definito una deriva non più accettabile.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una destra valdostana che si appiattisce, che rinuncia a qualsiasi autonomia politica e culturale, che smette di interrogarsi pur di restare agganciata al carro giusto. E intanto La Renaissance, già fragile, si svuota fino a diventare quasi un simulacro. Anche per questo.
Allora la domanda non è se la foto di Salvini con Robinson sia stata “opportuna” o meno. La domanda vera è un’altra: fino a che punto, in Valle d’Aosta, tutto questo viene considerato normale? E soprattutto: quanto costa, in termini di credibilità politica, far finta di non vedere?





