C’è un momento, nelle grandi comunità, in cui ci si guarda allo specchio e ci si riconosce di nuovo. È un po’ come quando, dopo una lunga salita nel bosco, si esce all’improvviso su un balcone naturale: il panorama è sempre quello, ma lo sguardo è cambiato. Mercoledì 21 gennaio, il CAI Torino ha vissuto esattamente questo passaggio, aprendo la stagione di attività 2026 con una serata che ha avuto il sapore della consapevolezza e della ripartenza.
Ad accogliere soci e pubblico è stato il presidente Bruno Roberti, che ha tracciato un quadro ampio e articolato della Sezione più antica d’Italia. Un racconto che è partito dai numeri — la consistenza dei soci, la rete dei rifugi, il ruolo centrale del Museo Nazionale della Montagna — per arrivare alle traiettorie future, come la nascita della Commissione Scuola e Ambiente e gli accordi attivati con Università e Politecnico. Collaborazioni che non restano sulla carta, ma puntano a intrecciare didattica, ricerca e interventi concreti, come l’efficientamento dei rifugi, veri presìdi culturali e ambientali in quota.
Nel suo intervento, Roberti ha insistito su un punto tutt’altro che scontato: il CAI non è solo un organizzatore di escursioni o corsi tecnici, ma un custode attivo della cultura alpina e dell’ambiente montano. Un ruolo che oggi richiede competenze nuove, visione e soprattutto partecipazione. Non a caso, la significativa presenza di giovani in sala è stata letta come un segnale incoraggiante e come una responsabilità: integrare energie fresche, idee, professionalità, per evolvere insieme in un contesto che cambia rapidamente.
La parola è poi passata ai gruppi, alle sottosezioni e alle Scuole, che hanno presentato le proprie attività dando voce anche ai testimonial, chiamati a raccontare la loro esperienza di crescita personale all’interno del CAI. Un mosaico di storie che ha restituito la complessità e la ricchezza della Sezione torinese, capace di coprire un arco amplissimo di attività: dall’escursionismo all’alpinismo, dallo scialpinismo alla formazione, con proposte pensate per tutte le stagioni e per tutte le età.
Ad aprire la serata, con la forza evocativa che solo il canto di montagna sa avere, è stato il Coro Edelweiss, che ha eseguito Sul rifugio e Belle rose du printemps, quest’ultimo dedicato simbolicamente a tutte le donne. Un momento non ornamentale, ma profondamente identitario, che ha ricordato come la montagna sia anche voce, memoria condivisa, emozione collettiva.

Tra gli interventi, uno spazio particolare è stato occupato dal gruppo “La montagna che aiuta”, che ha portato la riflessione su un terreno meno frequentato ma decisivo: l’uso della montagna come strumento terapeutico ed educativo nei contesti del disagio psichico, dell’emarginazione e della diversa abilità. Un richiamo forte al valore sociale del CAI, che qui esce definitivamente dallo stereotipo elitario e si propone come soggetto attivo di inclusione.
La serata si è chiusa senza una vera conclusione formale, ma tra conversazioni, ricordi e aspettative. I veterani a rievocare panorami conquistati e stagioni epiche, i neofiti con gli occhi pieni di curiosità e quella fame di montagna che si riconosce subito. In mezzo, una Sezione che tiene insieme passato e futuro, tradizione e innovazione, tecnica e umanità.
Se l’obiettivo era inaugurare una nuova stagione, il risultato è andato oltre: il CAI Torino ha mostrato di sapersi rileggere, riscoprire e rilanciare. Con la stessa bussola di sempre, ma con mappe aggiornate.
Ad maiora, davvero, CAI Torino.





