CRONACA - 18 gennaio 2026, 12:00

Cellulari vietati, realtà accesa: la scuola scopre che proibire non basta

Solo uno studente su quattro rispetta davvero il divieto di smartphone in classe. I dati raccontano una scuola dove la norma resta sulla carta e il telefono continua a vivere nei banchi, nelle tasche e nelle abitudini. Il presidente del CNDDU Romano Pesavento: «Vietare non equivale a educare»

Prof. Romani Pesavento presidente CNDDU

Prof. Romani Pesavento presidente CNDDU

Entri in una scuola superiore all’ora di lezione e la scena è sempre la stessa, anche se nessuno lo ammette volentieri: teste chine, mani sotto il banco, schermi che si accendono e si spengono come lucciole clandestine. Il divieto c’è, nero su bianco, ma la realtà va da tutt’altra parte. A dirlo non sono le chiacchiere da corridoio, ma i numeri messi nero su bianco dall’Unione degli Studenti e dalla Rete degli Studenti Medi, letti con attenzione dal Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani.

Su circa tremila studenti delle superiori, solo il 28 per cento dichiara di rispettare pienamente il divieto assoluto introdotto a inizio anno. Tutti gli altri, in un modo o nell’altro, continuano a usare il cellulare durante le lezioni. Una distanza netta tra ciò che si prescrive e ciò che accade davvero, tra la circolare ministeriale e la vita quotidiana delle classi.

«Questi dati restituiscono un quadro concreto e misurabile di una criticità educativa che non può più essere affrontata esclusivamente in termini di divieto», osserva il presidente del CNDDU, Romano Pesavento. Tradotto dal linguaggio istituzionale: la scuola fa finta di non vedere, gli studenti fanno finta di obbedire.

C’è poi il dato forse più rivelatore: il 37 per cento degli studenti ha sì ridotto l’uso dello smartphone, ma lo ha fatto soprattutto per paura delle sanzioni disciplinari. Non perché abbia capito il senso della regola. Il 27 per cento, invece, continua esattamente come prima, come se nulla fosse cambiato. E poi c’è quell’8 per cento che usa il cellulare più di prima, segno che il divieto, per qualcuno, funziona al contrario: più proibisci, più attiri.

«È il segnale che la proibizione, in alcuni casi, produce un effetto opposto a quello auspicato», sottolinea Pesavento. E basta guardare le differenze tra gli indirizzi di studio per capire che non si tratta di un problema astratto. Nei licei il 36 per cento dichiara di non usare mai lo smartphone, ma negli istituti tecnici e professionali la percentuale crolla, mentre cresce chi continua a usarlo come prima o addirittura di più, arrivando oltre il 40 per cento.

Anche l’età conta, eccome. Tra i quattordicenni il rispetto del divieto supera di poco l’aggiramento: 52 contro 48 per cento. Tra i diciottenni il quadro si ribalta senza appello: solo uno su cinque dice di attenersi alle regole, mentre l’80 per cento continua a usare il cellulare in classe. «L’obbedienza formale diminuisce con l’aumentare dell’età», spiega Pesavento, «segno che il divieto non viene interiorizzato come regola educativa, ma percepito come un’imposizione esterna».

Ed è qui che la questione smette di essere disciplinare e diventa politica, nel senso più alto del termine. La Costituzione affida alla scuola il compito di formare persone e cittadini, non semplici esecutori di ordini. «I dati dimostrano che l’inasprimento delle sanzioni non promuove il pieno sviluppo della persona», ricorda il presidente del CNDDU, «ma rischia di trasformare la scuola in un luogo di adempimento formale».

C’è poi il tema dei diritti dei minori, sanciti anche dalla Convenzione ONU: diritto all’informazione, all’espressione, allo sviluppo della personalità. Diritti che cozzano contro misure che vietano senza spiegare, che reprimono senza accompagnare. «Vietare non equivale a educare», insiste Pesavento, «e l’assenza di percorsi strutturati di educazione digitale lascia gli studenti soli di fronte a uno strumento che permea la loro vita quotidiana».

Il punto, allora, non è solo il telefono, ma ciò che gli ruota attorno. Quando oltre un quarto degli studenti dice che “non è cambiato nulla” e qualcuno ammette di usarlo ancora di più, il problema diventa il modello educativo. Una didattica percepita come distante, poco coinvolgente, incapace di parlare il linguaggio del presente rischia di trasformare lo smartphone in un rifugio più che in una distrazione.

Da qui la proposta del Coordinamento: cambiare prospettiva. «Servono regole costruite attraverso il dialogo, educazione ai diritti digitali come parte dell’educazione civica e un uso guidato e responsabile delle tecnologie», afferma Pesavento. Restituire allo smartphone una funzione educativa, spiegare quando e perché si spegne, formare i docenti perché sappiano governare questi strumenti senza subirli.

I dati, in fondo, pongono una domanda semplice e scomoda: che scuola vogliamo? «Una scuola che si limita a proibire insegna l’arte dell’elusione», conclude Pesavento. «Una scuola che educa alla consapevolezza forma cittadini capaci di rispettare le regole perché ne comprendono il senso». E guardando quei telefoni accesi sotto i banchi, viene da pensare che la sfida sia già iniziata, anche se qualcuno fa ancora finta di niente.

je.fe.

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