C’è un’infrastruttura che non si vede, ma che tiene in piedi tutto il resto. Non fa rumore, non taglia nastri, non compare nei rendering elettorali. È l’acqua. E quando manca, o peggio quando le reti non reggono più, non c’è emergenza che tenga: si paga tutto e subito.
È partendo da questa consapevolezza che la Giunta regionale ha approvato l’elenco degli interventi da candidare al PNIISSI, il Piano nazionale di interventi infrastrutturali e per la sicurezza nel settore idrico, lo strumento con cui lo Stato programma e finanzia le opere strategiche legate all’approvvigionamento, alla distribuzione e all’accumulo dell’acqua.
Un atto che può sembrare tecnico, ma che in realtà fotografa una necessità sempre più evidente: senza investimenti sulle infrastrutture idriche non c’è agricoltura, non c’è sicurezza, non c’è futuro.
Il Piano nazionale guarda lontano, ma chiede basi solide. E su questo fronte la Regione ha deciso di allargare lo sguardo e rafforzare la proposta.
“Quest’anno, anche grazie alla collaborazione con le Strutture dell’Assessorato Agricoltura e Risorse naturali e alla sinergia tra Bim e SEV – sottolinea l’assessore Davide Sapinet (nella foto) – abbiamo implementato l’elenco delle opere strategiche per la messa in sicurezza, il potenziamento e l’adeguamento delle infrastrutture idriche regionali”.
Il lavoro di ricognizione ha portato all’individuazione di dodici interventi, divisi tra settore irriguo e servizio idrico integrato, selezionati non a caso, ma “in base al livello di progettazione e alla coerenza con i requisiti del bando”. Un passaggio tutt’altro che scontato, perché oggi non basta avere un’idea: servono progetti pronti, credibili, cantierabili.
Una parte rilevante delle opere riguarda il settore irriguo, da sempre vitale in una regione di montagna dove l’acqua non è mai stata una risorsa infinita.
“I progetti – precisa l’assessora Speranza Girod (nella foto) – riguardano in parte il settore irriguo, tra cui i bacini di accumulo in località Gordzà nel Comune di Verrayes e del Fallère nel Comune di Saint-Pierre, già candidati nel 2024, oltre a nuovi interventi finalizzati principalmente al potenziamento e alla razionalizzazione degli impianti irrigui”.
Ma il dato politicamente interessante è un altro: il cambio di metodo.
Girod evidenzia infatti come i Consorzi di miglioramento fondiario “abbiano iniziato a lavorare insieme, collaborando per presentare progettualità sovracomprensoriali”. Tradotto: meno frammentazione, più visione d’insieme. Una scelta quasi obbligata, se si vuole usare meglio l’acqua in un contesto segnato dal cambiamento climatico.
Accanto all’irrigazione, il Piano guarda anche alla rete degli acquedotti, spesso vecchia, dispersiva, vulnerabile. Tre gli interventi chiave nel servizio idrico integrato: nuove captazioni e l’efficientamento del sistema acquedottistico dell’alta Valle del Gran San Bernardo; il completamento e l’adeguamento dell’acquedotto intercomunale della Valle d’Ayas, nel tratto Challand-Saint-Victor–Verrès; e la sostituzione della condotta tra la vasca Vedun e la vasca Charbonnière ad Avise.
Opere che parlano di sicurezza, di continuità del servizio, ma anche di equità territoriale. Perché l’acqua, in montagna, è un diritto fragile: basta poco per trasformarla in un problema.
Il messaggio che arriva da questo provvedimento è chiaro: non si rincorre l’emergenza, si prova a prevenirla. E in un tempo in cui la siccità non è più un’eccezione, ma una variabile strutturale, programmare oggi significa evitare di pagare domani un prezzo molto più alto.
L’acqua non aspetta. La politica, almeno questa volta, sembra averlo capito.





