CRONACA - 17 gennaio 2026, 13:16

Quando la scuola diventa scena del crimine

La morte di uno studente accoltellato in aula alla Spezia riapre una ferita profonda nel sistema educativo italiano. Il Coordinamento nazionale dei docenti dei Diritti umani chiede misure immediate di prevenzione e una riflessione non più rinviabile sul disagio giovanile e sulla sicurezza nelle scuole

Prof. Roberto Pesavento

Prof. Roberto Pesavento

La notizia è arrivata alle 20.20, come un colpo secco che non lascia spazio a fraintendimenti: lo studente diciottenne accoltellato all’interno di un’aula dell’istituto professionale “Domenico Chiodo-Einaudi” della Spezia non ce l’ha fatta. È morto tra i banchi di scuola, nel luogo che per definizione dovrebbe proteggere, accompagnare, educare. E invece, ancora una volta, diventa teatro di una violenza estrema che lascia sgomenti.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani (CNDDU) ha affidato a una nota ufficiale il proprio dolore e la propria indignazione. “La morte di un giovane tra i banchi di scuola rappresenta una tragedia che scuote le coscienze e segna in modo indelebile la comunità scolastica, la città e l’intero Paese”, si legge nel documento. Parole che pesano come macigni, perché non raccontano solo un fatto di cronaca, ma una frattura profonda nel patto educativo e sociale.

La scuola, ricordano i docenti, è “luogo simbolo della tutela, della crescita e della formazione alla cittadinanza democratica”. Proprio per questo quanto accaduto alla Spezia impone una riflessione che va oltre l’emergenza. Quando un conflitto tra studenti degenera fino a spezzare una vita, non si può più parlare di episodio isolato o di fatalità. “Non siamo più di fronte a una semplice emergenza educativa, ma a una crisi sistemica”, scrive il Coordinamento, chiamando in causa modelli di prevenzione, ascolto e protezione che evidentemente non hanno retto.

Il pensiero va alla famiglia della vittima, ai compagni di classe, ai docenti e al personale scolastico, travolti da un trauma che nessuna comunità educativa dovrebbe mai affrontare. Ma accanto al cordoglio emerge una denuncia chiara: la violenza giovanile è un fenomeno in crescita, alimentato da un disagio profondo che le cronache nazionali raccontano con inquietante continuità. “Non si tratta più di eventi isolati, ma di segnali convergenti”, avverte il CNDDU.

Particolarmente allarmante, sottolineano i docenti, è la facilità con cui armi bianche possano entrare negli edifici scolastici. Coltelli portati in classe come se nulla fosse, in spazi che dovrebbero essere sicuri per definizione. “La presenza di armi a scuola è una minaccia diretta al diritto alla vita, alla sicurezza e alla dignità di studenti e lavoratori”, si legge nella nota. Un passaggio che richiama direttamente il tema dei diritti umani, non come astrazione teorica ma come tutela concreta e quotidiana.

Da qui l’appello formale al ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, affinché vengano previste misure straordinarie di prevenzione. Tra queste, la possibilità di installare metal detector negli istituti che ne facciano richiesta, attraverso una deliberazione motivata degli organi collegiali. Una proposta che il Coordinamento tiene a chiarire non ha nulla di simbolico o repressivo: “La sicurezza non è in contraddizione con l’educazione ai diritti umani: ne è una condizione imprescindibile”.

A firmare e rilanciare questo appello è Romano Pesavento, presidente del CNDDU, che da anni insiste sulla necessità di un approccio integrato. Accanto agli strumenti di controllo, infatti, servono investimenti strutturali sull’educazione alla non violenza, sulla gestione dei conflitti, sull’educazione emotiva e affettiva. E soprattutto sul rafforzamento stabile delle figure di supporto psicologico e pedagogico nelle scuole, troppo spesso lasciate alla buona volontà dei singoli istituti.

“La morte di uno studente a scuola è una sconfitta collettiva”, ricorda ancora Pesavento, ed è difficile dargli torto. Perché ogni esitazione, ogni rinvio, rischia di trasformarsi in corresponsabilità morale. Restituire alla scuola il suo significato più alto — luogo di umanità, di diritti e di futuro — non è più solo un obiettivo educativo. È un’urgenza civile.

pi.mi.

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