ATTUALITÀ - 17 gennaio 2026, 12:05

L’incapacità di convivere: quando la telecamera sostituisce la civiltà

La Lega VDA propone telecamere nelle case di cura. Lo fa dopo il caso dei due OSS violenti, lo fa invocando la tutela, la protezione, la sicurezza. Ma dietro questa proposta, e dietro le centinaia di proposte identiche che ci sommergono ogni giorno, si nasconde una verità brutale che nessuno vuole pronunciare: abbiamo smesso di essere capaci di convivere

L’incapacità di convivere: quando la telecamera sostituisce la civiltà

Non sappiamo più stare insieme senza sorvegliarci. Non riusciamo più a condividere spazi, responsabilità, esistenze senza pretendere che qualcuno ci guardi, ci registri, ci controlli. La telecamera è diventata il surrogato tecnologico di qualcosa che abbiamo perso: la capacità di fidarci, di educarci, di rispettarci senza bisogno di minacce.

Ogni problema, ogni episodio di inciviltà, ogni scivolone etico viene accolto con lo stesso riflesso orwelliano: più telecamere. Nelle case di cura, nei vicoli, nelle scuole, ai confini dei paesi, nei condomini. Ovunque. Come se la società fosse diventata un enorme asilo nido popolato da adulti incapaci di autocontrollo, bisognosi di essere sorvegliati come bambini che non sanno resistere alla tentazione di rubare la marmellata.

Aziende che vogliono controllare il lavoro dei cassieri con la scusa di prevenire eventuali ammanchi di cassa. Oppure datori di lavoro che possono installare telecamere nascoste senza informare i dipendenti, se hanno il fondato sospetto che questi li stiano derubando. E voi sareste felici di scoprire che per mesi qualcuno vi ha spiato? Sicurezza: questa è la magica parola con cui vogliono controllarci, dandoci l’illusione di proteggerci.

Ma il paradosso è feroce: tutti vogliono telecamere per gli altri, nessuno le vuole per sé. Quando si tratta di controllare il vicino, l’immigrato, l’operatore sanitario, il maestro, siamo tutti d’accordo. Ma provate a proporre una telecamera sulla scrivania dell’impiegato comunale, sul banco del commerciante, nell’ufficio del politico. Improvvisamente la sorveglianza diventa violazione della privacy, sopruso, attentato alla libertà. Il controllo va bene finché non ci riguarda.

Questo è il ritratto di una società che ha fallito. Una società che non è più capace di costruire legami basati sulla responsabilità personale, sull’educazione, sul rispetto reciproco. Abbiamo rinunciato all’idea che si possa convivere civilmente senza essere spiati. Abbiamo accettato che l’unica soluzione ai nostri problemi sia l’occhio elettronico, lo sguardo permanente, la registrazione continua.

E così ci riduciamo a invocare il Grande Fratello a ogni angolo di strada. Non perché ci venga imposto, ma perché siamo noi stessi a chiederlo. Perché abbiamo rinunciato a crescere, a educarci, a essere responsabili delle nostre azioni senza bisogno di un obiettivo puntato sulla nuca.

La proposta della Lega non è un’aberrazione. È semplicemente lo specchio fedele di quello che siamo diventati: un popolo di bambini spaventati che chiedono di essere controllati, purché il controllo riguardi sempre qualcun altro. Un popolo che ha sostituito la convivenza con la sorveglianza, la fiducia con il sospetto, l’educazione con la registrazione.

E intanto, mentre installiamo telecamere ovunque, non ci accorgiamo che ogni obiettivo puntato è l’ammissione di una sconfitta. La sconfitta di una società che non sa più stare insieme, che non sa più costruire relazioni, che non sa più convivere senza essere sorvegliata.

Orwell ci aveva avvertiti. Ma noi, invece di resistere, abbiamo fatto qualcosa di peggio: abbiamo aperto la porta e abbiamo invitato il Grande Fratello a entrare. Con un sorriso.

Vittore Lume-Rezoli

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