Quando l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario vaticano per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni Internazionali, ha preso la parola al dibattito “Un fronte comune per la dignità umana: prevenire la mercificazione di donne e bambini nella maternità surrogata”, qualche elemento è uscito subito dall’astratto dibattito etico per toccare questioni che risuonano anche nel contesto valdostano: dignità della persona, responsabilità degli adulti nella società, dialogo come metodo e corresponsabilità nelle scelte pubbliche.
L’evento si è svolto il 13 gennaio a Roma, nella sede dell’Ambasciata d’Italia presso la Santa Sede, e ha visto Gallagher confrontarsi con la ministra per la Famiglia, la Natalità e le Pari Opportunità, Eugenia Maria Roccella, davanti a diplomatici e autorità internazionali. Ma il cuore delle sue osservazioni non si limita alla bioetica: punta dritto alla centralità della persona umana e al rifiuto di ridurla a oggetto negoziabile.
Gallagher ha definito la maternità surrogata non solo una pratica che “trasforma la gestazione in un servizio negoziabile”, ma come la punta di un problema più vasto: la mercificazione dei corpi e delle relazioni umane. “La persona non può essere ridotta a oggetto di transazione”, ha detto, sfidando la retorica di chi propone normative o regolamentazioni che possano in qualche modo “organizzare” il fenomeno. Per Gallagher, questo approccio non fa altro che legittimare un mercato di vulnerabilità.
È qui che il suo discorso trova risonanza anche fuori dalle sale diplomatiche: la critica alla riduzione delle relazioni umane a logiche di mercato tocca temi più ampi. In Valle d’Aosta, dove il dibattito pubblico è spesso attraversato da tensioni attorno alla gestione dei servizi, alle autonomie locali e alle responsabilità istituzionali, il richiamo a guardare alla dignità individuale come centro di ogni scelta politica e sociale non può essere liquidato come “religioso” o estraneo alla realtà.
Gallagher ha puntato il dito anche contro la superficialità di approcci che trattano questi temi come meri diritti individuali contrattuali, ignorando le disuguaglianze di potere e le pressioni economiche che spesso condizionano le scelte. “Non si può eludere la realtà: si tratta della vendita di un bambino”, ha detto, portando l’attenzione sulla centralità del “supremo interesse del minore”.
Nel suo intervento, l’arcivescovo non ha fatto distinzione tra contesti nazionali e internazionali: ha ricordato che, mentre alcuni Paesi tentano di regolamentare la maternità surrogata, altri — come l’Italia — hanno scelto la strada della proibizione anche per i cittadini che vi ricorrono all’estero. Una posizione che mette l’accento sulla protezione più ampia possibile della dignità del bambino e della madre.
L’altro grande spunto di Gallagher riguarda l’idea di corresponsabilità. In Valle d’Aosta, dove le amministrazioni, le comunità locali e le realtà associative sono spesso chiamate a operare insieme sui territori, questo invito non è ideale astratto: diventa una bussola concreta. La corresponsabilità implica che nessuna istituzione — né statale né religiosa — possa pensare di risolvere da sola le sfide sociali. Serve dialogo, ascolto, costruzione di accordi basati sulla dignità degli individui e non su contrapposizioni ideologiche.
Quando Gallagher parla di dignità umana, lo fa con un vocabolario che non è esclusivo della Chiesa ma appartiene anche alla sensibilità civica: rispetto, protezione dei più deboli, rifiuto di mercificare relazioni e corpi. Parole che in Valle d’Aosta — regione di confine, piccola, coesa ma non immune da conflitti sociali e tensioni pubbliche — trovano un’eco in chi chiede politiche che mettano al centro le persone, e non solo gli interessi elettorali o di parte.
L’arcivescovo ha chiuso con un richiamo alla cooperazione internazionale e alla costruzione di normative che non incentivino il mercato della vulnerabilità. Una prospettiva che, pur partendo dal tema della maternità surrogata, si proietta sul terreno più vasto della dignità umana e delle responsabilità collettive. Su questo fronte — tra diritti, dialogo e responsabilità — la Valle d’Aosta può trovare un terreno comune su cui confrontarsi, oltre le divisioni, per fare delle parole di Gallagher non solo un richiamo morale, ma un punto di partenza per la riflessione pubblica.





