L’intervento di Franco Manes sulla tragedia del “Constellation” di Crans-Montana ha il pregio di non nascondersi dietro la retorica del destino cieco. Parte dal doveroso cordoglio — e non potrebbe essere altrimenti di fronte a vittime giovanissime, feriti, famiglie distrutte — ma poi affonda un chiodo che brucia: questa tragedia non nasce il primo gennaio. Nasce “molto tempo prima”, nel non rispetto delle norme, nelle lacune tecniche e amministrative, nella sregolatezza e nell’esposizione consapevole al pericolo. Ed è esattamente qui che il discorso diventa politico, civile, e scomodo.
Manes ricorda il legame con la Svizzera e con il Vallese, il confine amico, le comunità alpine che si parlano e si riconoscono. Ma proprio per questo la franchezza è ancora più necessaria: a Crans-Montana non è crollata la montagna, non è caduta una valanga. È bruciato un locale, un luogo che doveva essere sicuro e che sicuro non lo era. E se non lo era, qualcuno ha deciso di farci entrare centinaia di ragazzi lo stesso. Qualcuno ha incassato biglietti, venduto tavoli, acceso musica sapendo — o fingendo di non sapere — che in caso di incendio le vie di fuga erano inadeguate, che i materiali erano a rischio, che le certificazioni non erano a posto. Questo non è “destino”: questo è irresponsabilità.
Il deputato parla di “sregolatezza” e di “lacune tecniche e amministrative” che le immagini e gli accertamenti stanno mostrando. È un modo istituzionale per dire ciò che tutti pensano: errori gravi dei gestori, e controlli che o non ci sono stati o non sono stati all’altezza. Quando Manes afferma che la tragedia nasce nel mancato rispetto delle disposizioni normative, chiama le cose con il loro nome. E allora il punto non è solo commemorare, ma pretendere che chi ha aperto, organizzato, autorizzato e fatto festa sopra una bomba a orologeria, risponda.
C’è poi un altro passaggio centrale: la fiducia nella giustizia elvetica. Giusto, necessario. Ma non basta rifugiarsi nelle formule di rito. La giustizia dovrà accertare, ma la politica ha già elementi per assumere una posizione netta: locali pieni di giovani senza condizioni di sicurezza sono inaccettabili, ovunque, e quando succede non si parla di sfortuna ma di colpa. Colpa dei gestori che trasformano il profitto immediato in regola, e colpa di una cultura del “andrà tutto bene” che, nelle notti di Capodanno, diventa spesso commercio di rischi scaricati sui ragazzi.
Molto forte, e genuino, il ringraziamento ai soccorritori. La Valle d’Aosta ha messo in campo elicotteri, sanitari, psicologi. La Protezione civile — quella vera, silenziosa, concreta — ha funzionato. I sistemi sanitari e di emergenza hanno risposto laddove la prevenzione ha fallito. E questo crea un paradosso: siamo bravissimi a curare le conseguenze, molto meno a impedire che l’irresponsabilità diventi tragedia.
Nel finale Manes parla di solidarietà tra comunità di confine, di montagna, di ragazzi e ragazze che “ce la faranno”. È giusto dirlo, e umanamente necessario. Ma insieme a questo incoraggiamento, la politica deve avere il coraggio di un’altra frase: chi ha messo quei ragazzi in pericolo non può cavarsela con le lacrime di circostanza. I gestori del locale di Crans-Montana — se le indagini confermeranno ciò che già oggi appare evidente — hanno giocato con le vite altrui. E chi gioca con le vite altrui non è “sregolato”: è irresponsabile.
L’intervento di Manes apre una strada: non solo commemorare, ma nominare le responsabilità. Sta alla politica, adesso, non richiuderla. Perché la peggior offesa alle vittime non è il silenzio del lutto, è l’ipocrisia di chi fa finta che sia stata solo sfortuna.





