L’idea nasce dal difficile 2025 vissuto dalla Gdo, con volumi di vendita in calo, margini sotto pressione e costi di gestione sempre più pesanti, in un’economia italiana che cresce appena dello 0,2% e con consumi fermi allo 0,3%.
Secondo le stime dell’Ufficio Studi Coop, la chiusura domenicale consentirebbe risparmi tra 2,3 e 2,6 miliardi l’anno per l’intero settore, grazie principalmente alla riduzione dei costi del lavoro festivo, che prevedono maggiorazioni di almeno il 30% e fino al 42%.
Come utilizzare questi risparmi? Coop propone di non aumentare i profitti, ma piuttosto di finanziare tagli ai prezzi e promozioni durante la settimana, cercando di intercettare il potere d’acquisto delle famiglie, sempre più debole tra affitti, mutui, bollette, caro carburanti ecc.
La proposta arriva a distanza di 15 anni dal decreto “Salva Italia” del governo Monti del 2011, che aveva liberalizzato le aperture domenicali con l’obiettivo di stimolare i consumi. Quel modello oggi mostra la sua debolezza in una situazione economica di consumatori sempre più in difficoltà.
Federdistribuzione, l’associazione che rappresenta i principali gruppi della grande distribuzione italiana, ha respinto categoricamente la proposta. Il presidente Carlo Alberto Buttarelli l’ha definita «antistorica, contro le imprese e i clienti».
Anche Confcommercio ha preso posizione in modo critico: chiudere la domenica, secondo l’associazione, significherebbe «dare più spazio all’online» e disattendere un’evoluzione della domanda ormai consolidata.
Angelo Mastrolia, presidente e Ad di New Princes Group, a cui fa capo Carrefour Italia, si è detto contrario, sottolineando come l’apertura domenicale sia ormai un’abitudine consolidata per i consumatori. Se poi c’è un tema di costi e ricavi, ogni impresa deve valutare la propria situazione.
La posizione di Carrefour è quella di una continuità strategica, dove l’apertura domenicale rappresenta un valore aggiunto differenziale rispetto alla concorrenza.
Più sfumata e possibilista è la posizione di Giangiacomo Ibba, presidente e Ad di Crai: la riflessione di Coop tocca un tema centrale per tutta la distribuzione, ma bisogna pensare alle specificità e alle esigenze dei territori e delle comunità locali. Ritiene che la via migliore sia una attenta analisi, valutando con attenzione le diverse soluzioni organizzative e considerando le dinamiche locali e le abitudini di consumo specifiche di ogni territorio.
Mentre i supermercati tradizionali sarebbero chiusi, i servizi di spesa online – sempre più diffusi – potrebbero catturare una fetta significativa di consumatori che cercano comunque la comodità dello shopping domenicale. La domenica è uno dei giorni in cui i supermercati vendono maggiori volumi; sebbene Coop riconosca che «una parte» degli acquisti si sposterebbe negli altri giorni, un’altra parte andrebbe perduta del tutto a favore dei competitor online.
Sul fronte dei consumatori, le valutazioni sono contrastanti. Secondo le stime della stessa Coop, circa il 33% dei clienti cambierebbe catena trovando il proprio supermercato abituale chiuso la domenica, mentre il 38% sceglierebbe semplicemente di posticipare la spesa agli altri giorni della settimana. Questo significa perdite contenute ma comunque significative per chi optasse per la chiusura.
Tra i lavoratori della grande distribuzione, invece, il tema è più delicato. Se da un lato molti chiedono a gran voce di riavere la domenica libera, dall’altro c’è chi dipende dalle maggiorazioni festive per coprire le proprie spese. Alcuni addetti al settore hanno sottolineato che, senza i compensi maggiorati della domenica, faticherebbero ulteriormente a coprire bollette e spese essenziali.
Uno degli elementi che supporta la visione di Coop è il mutamento degli stili di consumo osservato negli ultimi anni. La spesa dei consumatori è diventata sempre più attenta e calibrata: crescono gli acquisti di prodotti a marchio del supermercato (Mdd), percepiti come il miglior rapporto tra qualità e prezzo.
Si registra poi un calo nel consumo di carni rosse e insaccati a favore di frutta, verdura e pesce, a dimostrazione di un’attenzione particolare al benessere e alla salute, con scelta di etichette con meno zuccheri, meno grassi e zero conservanti.
La proposta di Coop si inserisce in uno scenario economico complesso, dove l’Italia cresce a ritmi infinitesimali, con un Pil stimato appena allo 0,2% e consumi fermi allo 0,3%, rendendo necessario riconsiderare i modelli di business. Tuttavia, le scelte dovranno essere negoziate a livello di settore. Dalle Rive ha precisato che non sono possibili scelte unilaterali e ha auspicato l’apertura di tavoli di confronto con Federdistribuzione e l’Associazione Distribuzione Moderna (Adm) per arrivare a una soluzione condivisa.
Il dibattito che si sta sviluppando su questa problematica è complesso, perché deve tenere conto delle realtà territoriali, dei livelli occupazionali e della qualità di vita di chi lavora, con un giusto salario abbinato a una dimensione sociale e familiare dignitosa.





