CRONACA - 05 gennaio 2026, 10:13

Dopo tanti anni di sacrifici… era tutta una bugia

Torna l’ondata delle finte boutique in chiusura: lacrime social, sconti choc e truffe ben confezionate che svuotano i portafogli

infografia IA

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Storie strappalacrime, post sponsorizzati su Facebook, “ultimi giorni”, “liquidazione totale” e prezzi irresistibili. Ma dietro le presunte chiusure di negozi storici sparsi in tutta Italia si nasconde una truffa digitale già vista e rivista. Un copione studiato a tavolino che sfrutta empatia, crisi economica e fretta. Ecco come funziona il raggiro, perché sta tornando in auge e come difendersi. Da qualche settimana, scorrendo distrattamente Facebook e social in genere, siamo stati colti da un senso di sconforto. Decine e decine di imprenditori che, con parole cariche di malinconia, annunciano pubblicamente di non farcela più. Boutique storiche che chiudono, famiglie distrutte, sogni infranti dopo “decenni di onorata attività”.

Aosta, Roma, Firenze, Venezia, Napoli. Nord, Centro, Sud. Nessuna città sembra risparmiata. Peccato che, nella stragrande maggioranza dei casi, non sia vero nulla.

Gli annunci iniziano quasi tutti allo stesso modo:“Dopo tanti anni di sacrifici, con il cuore infranto vi annunciamo che siamo costretti a chiudere…”. Seguono ringraziamenti ai clienti, riferimenti vaghi alla crisi, ai costi insostenibili, a un “momento difficile”. Poi arriva l’amo: liquidazione totale, sconti fino al 70-80%, “ultimi giorni”, “ultime possibilità”.

Post sponsorizzati, foto patinate, commenti pieni di cuoricini e solidarietà. E soprattutto un link che porta fuori da Facebook, su un sito di e-commerce dall’aspetto rassicurante.

Il problema è che quei negozi, nella maggior parte dei casi, non esistono oppure: non hanno mai avuto una sede fisica, non hanno mai operato in Italia, usano nomi italiani “di fantasia”, rubano immagini e testi da vere boutique, cambiano nome ogni pochi mesi.

La merce? Spesso spedita dalla Cina, quando arriva. Qualità scadente, taglie improbabili, materiali diversi da quelli pubblicizzati. Nei casi peggiori, non arriva nulla. E provare a ottenere un rimborso diventa un percorso a ostacoli, quando non impossibile.

Questa truffa torna ciclicamente perché colpisce nel punto giusto:

empatia: chi non ha visto davvero chiudere un negozio sotto casa?

senso di urgenza: “ultimi giorni”, “ultimi pezzi”

fiducia nel commercio locale (solo apparente)

stanchezza digitale: si compra di fretta, senza controllare

In un periodo di crisi reale per molti commercianti veri, il meccanismo diventa ancora più credibile. E più subdolo.

Qualche segnale dovrebbe far drizzare le antenne: 

la pagina Facebook è recente o ha cambiato nome più volte

i commenti negativi sono disattivati o cancellati

il sito non indica una partita IVA italiana verificabile

l’indirizzo fisico è generico o inesistente

le foto dei prodotti sembrano da catalogo internazionale

i testi sono tutti uguali, copia-incolla compreso

Se tutto sembra “troppo perfetto” e troppo drammatico insieme, probabilmente lo è.

I consigli pratici ai consumatori

Pochi, semplici, ma fondamentali:

Non comprare d’impulso, nemmeno davanti a storie commoventi

Verifica la partita IVA sul sito dell’Agenzia delle Entrate

Cerca il negozio su Google Maps: se non esiste, diffida

Controlla da quanto tempo esiste il dominio del sito

Usa metodi di pagamento tracciabili (mai bonifici diretti)

Diffida degli sconti totali e permanenti

Segnala i post sospetti a Facebook

E soprattutto: se vuoi sostenere il commercio locale, fallo davvero, entrando in un negozio reale, parlando con persone reali, non cliccando su una pubblicità che sfrutta la crisi come marketing.

Il paradosso finale è amaro: queste truffe non danneggiano solo i consumatori, ma anche i commercianti veri, quelli che lottano davvero per tenere aperta la serranda e che vedono il proprio settore screditato da operazioni ciniche e ben organizzate.

Meno lacrime virtuali, più attenzione reale.
Perché non tutte le chiusure sono vere.
Ma le truffe, quelle sì, lo sono eccome.

je.fe.

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