In Valle d’Aosta, tra le cose fondamentali che mancano sono: medici, infermieri e operatori socio-sanitari. Anzi no, quattro: manca anche il buon senso. Ed è proprio su quest’ultimo punto che vale la pena soffermarsi, perché in questi giorni la questione delle OSS è diventata più evidente che mai.
Tra fatti di cronaca che non lasciano dormire sonni tranquilli e decisioni amministrative come quelle discusse dal CPEL, che ha pensato bene – cito testualmente – di «reclutare il personale necessario per garantire i servizi socio-assistenziali in deroga al requisito della qualifica di OSS», il quadro appare quanto meno confuso.
Facciamo un po’ d’ordine. Le OSS, figure professionali rispettabilissime, si occupano di molte attività. Alcune sono altamente professionali, direi quasi infermieristiche, soprattutto quelle svolte nelle RSA o negli ospedali. Altre, invece, riguardano il lavoro sul territorio: assistenza domiciliare, aiuto nella vita quotidiana e nella gestione della casa, consegna dei pasti e, dove necessario, supporto all’alimentazione, pulizie leggere, piccoli lavori domestici, compagnia.
Ora, non fraintendetemi: il loro lavoro è prezioso. Ma siamo onesti: serve davvero una qualifica specifica per consegnare un vassoio, passare l’aspirapolvere e fare due chiacchiere? Non potremmo immaginare una nuova figura professionale – chiamiamoli pure “camerieri di comunità”, se il termine piace – che si occupi proprio di questi compiti più basilari?
Immaginate personale non super-qualificato, ma adeguatamente formato, che ritira i pasti dalla cucina della comunità, li porta a casa dell’assistito, lo aiuta a mangiare, scambia due parole per non farlo sentire solo, riordina un po’ e se ne va. Niente misurazione delle temperature, niente medicazioni, niente procedure sanitarie. Solo umanità e servizio pratico.
Nel frattempo, le OSS – finalmente liberate dall’incombenza di fare le factotum – potrebbero concentrarsi su ciò che dovrebbero fare davvero: supporto infermieristico, rilevazione dei parametri, assistenza sanitaria vera e propria. In altre parole, il lavoro per cui hanno studiato.
Lo so, qualcuno starà già affilando le tastiere per scrivere commenti indignati: «Come osi sminuire il ruolo delle OSS!». Ma non è questo il punto. Non si tratta di sminuire nessuno, bensì di usare il cervello. Se manca personale qualificato, perché non affiancare alle figure professionali persone – sì, chiamiamole pure “badanti”, se vogliamo essere diretti – che possano alleggerire il carico occupandosi delle mansioni meno specialistiche?
Non c’è nulla di scandaloso in tutto questo. Anzi, è puro pragmatismo. O, se preferite un termine più poetico, è dare una mano a chi ne ha bisogno, senza nascondersi dietro la solita scusa del “manca personale”.
Quindi, cari amministratori pubblici, cari decisori, prima di cercare OSS dove non ce ne sono e prima di andare in deroga su requisiti che poi chissà dove portano, forse varrebbe la pena considerare questa modesta proposta: creare figure di supporto non sanitarie che si occupino di tutto ciò che non richiede competenze specifiche.
È chiaro che tutto questo va di pari passo con l’idea di lasciare le persone tra le mura domestiche il più a lungo possibile, invece di rinchiuderle nelle RSA. Restare a casa propria, tra i propri affetti, è – dal punto di vista umano – la soluzione migliore. Non a caso oggi si parla sempre più di medicina e assistenza sul territorio.
E per favore, non uccidetemi per averlo suggerito. Credo sia solo buon senso. E, a dirla tutta, non penso che queste riflessioni siano poi così lontane dai pensieri di molti cittadini.





