CULTURA - 07 settembre 2025, 20:51

Emilie Pelzl, una voce dal silenzio

Dietro l’ombra di Oscar Schindler c’è la storia dimenticata di sua moglie Emilie: coraggiosa, generosa, combattiva. Una donna che ha condiviso la scelta di salvare vite, ha vissuto la povertà, ha resistito alle difficoltà, ed è morta lontano dai riflettori, riconosciuta solo tardi come Giusta tra le Nazioni

Emilie Pelzl

Emilie Pelzl

Nella memoria collettiva il nome di Schindler evoca un uomo, Oscar, l’industriale ambiguo che si trasformò in salvatore. Ma dietro quell’uomo c’era una donna, Emilie, che non cercò mai riflettori e che rimase nascosta dietro le pieghe della Storia, fino a diventare quasi un’ombra. Eppure, senza di lei, la leggenda non sarebbe esistita.

Era nata in un villaggio dell’allora impero austro-ungarico, Alt-Moletein, figlia di un proprietario terriero. Di lei si racconta che fosse silenziosa, educata dalle Suore, e che portasse negli occhi una timidezza orgogliosa. Nel 1928 incontrò Oscar, un giovane squattrinato con grandi ambizioni e poche certezze. Comprò un mezzo da suo padre e comprò, forse, anche un pezzo del cuore della ragazza. Si sposarono in fretta, come si usava allora, e la loro vita si legò per sempre a un destino più grande di loro.

A Cracovia, Emilie vide cambiare tutto. Oscar si gettò nel partito nazista come chi annaspa e cerca un appiglio. Lei lo seguì, fedele, taciturna, ma non cieca. La fabbrica di utensili diventò fabbrica d’armi. La manodopera era ebrea, scelta perché a basso costo. Ma a poco a poco gli orrori bussarono alle porte, e nessun silenzio poteva più bastare.

Fu lì che la donna minuta rivelò la sua forza. Mentre Oscar compilava liste, Emilie medicava ferite, nascondeva malati, trovava stoffe, scarpe, medicine. In un piccolo ambulatorio segreto, diventò infermiera, madre, confidente. Le loro ricchezze si dissolsero in un fiume di spese per comprare documenti falsi, per pagare tangenti, per strappare anime al buio dei treni.

Quando la guerra stava per finire, e Oscar era lontano, fu Emilie a fermare la deportazione di duecentocinquanta ebrei. Parlò alla Gestapo con calma disarmante, convincendo un carnefice che quei prigionieri servivano ancora all’industria bellica. Era una menzogna, ma era anche la verità di chi non aveva altro mezzo per salvare vite.

La pace non portò quiete. In Germania i due erano guardati con sospetto, negli Stati Uniti non trovarono accoglienza. Scelsero l’Argentina, terra di promesse e di fatica. Coltivarono campi, coltivarono silenzi. E alla fine coltivarono anche la distanza: nel 1957 si separarono, senza separarsi mai davvero, perché rimasero marito e moglie, ma stranieri l’uno all’altra.

Emilie cadde nella povertà. Viveva di piccole pensioni, di aiuti delle comunità ebraiche, di riconoscimenti tardivi. Nel 1994 arrivò l’onore di essere Giusta tra le Nazioni. Nel 1995 l’Argentina le consegnò l’Ordine di Maggio. Trofei morali, che però non pagavano le medicine. Quando cadde nella sua casa di San Vicente e si ruppe l’anca, dovette attendere ore e poi giorni, perché mancavano i fondi. Ad aiutarla furono perfino i calciatori del River Plate: un’immagine surreale, quasi una parabola sulla solitudine degli eroi.

Eppure Emilie rimase combattiva. Nel 2001 tornò a Berlino per consegnare i documenti di Oscar a un museo. Disse che voleva finire i suoi giorni in Germania. Il destino le rispose in anticipo: il 5 ottobre di quello stesso anno, a 93 anni, se ne andò.

Della sua vita rimane un libro dal titolo eloquente, Io, Emilie Schindler. Una voce dal silenzio. E rimane la testimonianza di un amore contraddittorio, fatto di fedeltà e di inganni, di coraggio e di delusioni. “Oscar – disse – aveva un cuore grande, ma era come un ragazzino che mente e chiede perdono per ricominciare da capo”.

Non ebbero figli, eppure lasciarono al mondo un’eredità che vale più di ogni discendenza: milleduecento vite salvate. Non è poco, per una donna che la Storia aveva confinato nel silenzio.

ed.mo.

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