Chez Nous - 03 agosto 2025, 08:00

Des hommes et des "quaquaraquà"

Uomini e quaquaraquà

Des hommes et des "quaquaraquà"

“Ci sono gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i pigliainculo e i quaquaraquà.”
— Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta

Se questa classificazione di Leonardo Sciascia fosse insegnata nelle scuole, forse oggi Aosta avrebbe una classe dirigente un po’ più dignitosa. E magari il sindaco Gianni Nuti non sarebbe stato costretto a congedarsi dalla politica con un discorso profondo, malinconico e tremendamente vero, mentre attorno a lui si consumava l’ultimo carnevale di una legislatura surreale.

Perché Aosta, diciamolo, è passata dalle urla alla fuga. E da lì, alla viltà beneducata dei quaquaraquà.

Gianni Nuti non è un sindaco qualsiasi. È (anzi: è stato) un professore, un musicista, un uomo che ha letto libri veri e non solo i post su Facebook. Uno che ha parlato sempre con voce bassa e idee chiare, fin troppo chiare per chi frequenta la politica come se fosse la sala slot del bar del quartiere: premi un bottone e speri che esca un contributo, un incarico, una delibera buona per amici e parenti.

E invece lui — accidenti a lui — chiedeva progettualità. Discuteva di inclusione, spazio urbano, cultura del verde, legalità. Nuti è stato un sindaco umanista, che ha provato a far dialogare la città reale con quella ideale. Ma ad Aosta l’ideale non tira. Meglio un bel cantiere infinito, meglio un cordolo in piazza Chanoux che un’idea sull’abitare. L’asfalto, quello sì, lo capisce anche il più distratto dei pigliainculo.

Sul piano umano, Gianni Nuti ha mostrato una sobrietà che ha spiazzato: non ha mai alzato la voce, mai cercato il colpo a effetto, mai imboccato la strada dell’ego. È rimasto sé stesso, con una cortesia d’altri tempi, che nel 2025 viene scambiata per debolezza. “Non è uno che impone” dicevano — come se fosse una colpa. Ma in una giungla di mezzuomini, l’uomo vero fa paura, perché è lo specchio delle piccolezze altrui.

Sul piano amministrativo, il suo bilancio è più solido di quello dell’intera Regione: ha avviato opere pubbliche ferme da vent’anni, messo mano alla rigenerazione urbana, dato senso alla partecipazione (quella vera, non quella con le fette di salame e gli incontri finti). È stato il primo sindaco a parlare seriamente di cambiamento climatico, mobilità dolce, nuova residenzialità. E infatti lo hanno lasciato solo. Perché il futuro, in questa città, è sempre uno che viene visto come uno che rompe le scatole.

Il Consiglio comunale, intanto, si è trasformato in un set tragicomico. Una compagnia di attori stanchi che, pur di non restare senza parte, ha deciso di liberarsi del regista. E così, senza un dibattito pubblico, senza una vera motivazione politica, hanno messo da parte il sindaco come si mette in cantina un vecchio armadio che fa ancora la sua figura ma non sta più nello stile Ikea dei nuovi arrivati.

Nel suo discorso di addio, Nuti ha usato parole che non si sentivano da anni: cura, armonia, umiltà, tempo. Roba fuori moda, parole da persona educata. Ma si sa: chi usa parole educate in una città sguaiata rischia di passare per snob. Eppure non lo è mai stato. Piuttosto, è stato l’anti-caciarone per eccellenza, e questo è il più grave dei crimini nella politica dei talk e delle dirette Instagram.

E così ci ritroviamo orfani di un sindaco che non ha fatto miracoli, ma ha fatto politica vera, cioè prova, errore, correzione, ascolto. Ha fatto della complessità la sua cifra, e in una città che vuole risposte semplici — “ci vuole il pugno di ferro!” “ci vuole ordine!” “ci vuole qualcuno che ci rappresenti!” — lui ha risposto: ci vuole pensiero.

Ma Aosta non ama pensare. Ama lamentarsi. Ecco perché, con una certa coerenza grottesca, lo ha lasciato andare tra l’indifferenza dei più e i sorrisetti di chi già trama per sedersi su quella poltrona con il solo obiettivo di tenere unito un baraccone. Altro che visione.

Allora riprendiamola, quella frase di Sciascia. E aggiorniamola.
Uomini: pochissimi, uno lo abbiamo appena perso.
Mezz’uomini: parecchi, quasi tutti quelli che “non mi espongo, ma…”
Ominicchi: i finti rivoluzionari, quelli che predicano trasparenza e poi si fanno le liste da soli.
Pigliainculo: chi ha avuto incarichi grazie a Nuti e poi è sceso dal carro appena il vento è cambiato.
Quaquaraquà: ecco, qui il problema è il sovraffollamento.

C’è un’espressione francese che andrebbe appesa sul portone del Municipio: on ne fait pas d’omelette sans casser des œufs — non si fa la frittata senza rompere le uova. Ma qui ad Aosta la politica ha rotto tutto tranne le uova: nessuna frittata, solo gusci vuoti e tante chiacchiere.

Ecco perché oggi saluto un sindaco con la schiena dritta e lo sguardo lungo, mentre ci teniamo stretti il circo dei parlatori seriali.
Il problema non è chi se ne va. È chi resta.

Uomini e quaquaraquà

« Il y a les hommes, les demi-hommes, les hommelettes, les lèche-culs et les "quaquaraquà". »
— Leonardo Sciascia, Le jour de la chouette

Si cette classification de Sciascia était enseignée dans les écoles, peut-être qu’Aoste aurait aujourd’hui une classe politique un peu plus digne. Et peut-être que le maire Gianni Nuti n’aurait pas été obligé de quitter la scène avec un discours aussi profond, mélancolique... et terriblement lucide.

Parce qu’Aoste est passée des cris à la fuite. Et de là, à une forme de lâcheté polie typique des "quaquaraquà".

Gianni Nuti, ce n’était pas un maire comme les autres. C’était – c’est encore – un professeur, un musicien, un homme cultivé qui lisait autre chose que les commentaires Facebook. Quelqu’un qui parlait bas, mais pensait haut. Trop haut, sans doute, pour un monde politique qui confond la mairie avec une salle de jeux à jetons : on appuie sur un bouton et on espère voir sortir une subvention, un poste ou une délibération utile pour le cousin.

Lui, au contraire, parlait d’idées, de projets, de ville à taille humaine. Il parlait de justice sociale, de développement durable, de culture. Bref, il parlait d’un avenir — ce mot qui, à Aoste, déclenche des regards vides ou des soupirs agacés. Ici, on préfère le bitume à la pensée.

Sur le plan humain, Nuti a affiché une élégance rare : toujours respectueux, jamais dans l’esbroufe, humble sans être effacé. On lui a reproché de ne pas imposer... Mais dans une jungle de demi-hommes, un homme vrai dérange, car il met en lumière la petitesse des autres.

Sur le plan administratif, son bilan est bien plus solide que celui de la Région elle-même : chantiers relancés après vingt ans d’attente, projets urbains innovants, participation citoyenne réelle — sans folklore ni buffet. Il a osé parler climat, habitat, ville verte. Et évidemment, on l’a laissé seul. Parce que l’avenir, ici, c’est fatiguant.

Le Conseil communal, pendant ce temps, s’est transformé en théâtre de boulevard. Une troupe d’acteurs usés, qui pour rester à l’affiche, ont préféré virer le metteur en scène. Sans débat public, sans justification politique sérieuse. Juste une petite manœuvre de couloir, comme on en fait quand on n’a plus rien à dire.

Dans son discours d’adieu, Nuti a utilisé des mots rares : soin, harmonie, humilité, temps. Des mots désuets, des mots qui ne passent plus à la télé. Il a été traité de « gentil », ce qui, dans cette époque de brutalité molle, est presque une insulte. Mais ce n’était pas de la faiblesse — c’était de la tenue, et c’est bien ce qui manque à tant d’élus.

Alors reprenons la phrase de Sciascia, et adaptons-la à notre époque :

Les hommes : très peu. Un vient de partir.

Les demi-hommes : tous ceux qui ne se mouillent jamais mais qui "pensent quand même des choses".

Les hommelettes : ceux qui jouent les rebelles mais rédigent leur propre liste comme des petits chefs.

Les lèche-culs : ceux qui doivent tout à Nuti et l’ont abandonné à la première rumeur.

Les "quaquaraquà" : là, désolé, il va falloir organiser un tirage au sort tellement ils sont nombreux.

On devrait écrire sur la façade de l’Hôtel de Ville un proverbe français : On ne fait pas d’omelette sans casser des œufs. Mais ici, on a tout cassé sauf les œufs : pas d’omelette, pas de projet, juste des coquilles vides et beaucoup de bavardages.

Alors oui, on dit au revoir à un maire qui n’a pas fait de miracles, mais qui a fait de la vraie politique : tâtonner, corriger, écouter. Un maire qui a parlé de complexité à une ville qui veut des slogans.

Mais le problème, ce n’est pas celui qui s’en va.
Le problème, c’est ceux qui restent.

pierto.minuzzo@gmail.com

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