Nella tarda serata di ieri, la magia si è ripetuta. Come ogni 29 giugno, la Valle d’Aosta ha guardato in alto e ha visto accendersi i fuochi in vetta, puntini tremolanti contro il cielo scuro, segnali di una ritualità che unisce sacro e profano, identità e territorio. I falò dei Santi Pietro e Paolo, sparsi su creste, colli e pendii, hanno brillato come costellazioni effimere, rinnovando un rito antico, collettivo, radicato nella Petite Patrie.
Ma quest’anno, a differenza di quanto sperato, la notte di fuoco si è chiusa con un risveglio bruscamente terrestre. Chi è rientrato dalle vette dopo aver acceso il proprio falò ha dovuto affrontare forti temporali, con tuoni, fulmini e rovesci improvvisi che hanno trasformato i sentieri in fiumi di fango e causato smottamenti e frane. Particolarmente critica la situazione a Cogne, dove una frana ha portato alla chiusura della strada regionale, isolando temporaneamente la vallata.

Il maltempo non ha però scalfito la forza simbolica di questa tradizione. Anche quest’anno, squadre di giovani e meno giovani hanno camminato ore portando con sé legna e fiammiferi, zaini e attese, in cerca della vetta “più alta”, del fuoco che si accende più vicino alle stelle. Non per un premio, ma per quel sentimento sottile di appartenenza, che passa attraverso il gesto di accendere una fiamma e guardarla rispondere ad altre fiamme, su altre montagne.
Come raccontato nella presentazione di questa ricorrenza, i falò del 29 giugno parlano una lingua arcaica e profonda: sono il ricordo dei Santi Pietro e Paolo, certo, ma anche l’eco di riti precristiani legati al solstizio, al sole, alla protezione dei raccolti. Sono il linguaggio del fuoco, che unisce villaggi e generazioni, senza bisogno di un programma ufficiale o di un finanziamento. Sono una liturgia laica e popolare, che ogni anno si rinnova nella sua forza discreta.
Le immagini della notte appena trascorsa — vette accese, gruppi attorno al fuoco, torce solitarie, cieli minacciosi — raccontano una Valle d’Aosta viva, che sa custodire le proprie memorie ancestrali, anche quando la modernità sembra volerle spegnere. E forse è proprio questa resistenza a dare senso al gesto: accendere un falò, anche sapendo che la pioggia lo spegnerà, resta un atto di tenace bellezza.





