Block Notes - 19 giugno 2022, 13:12

UNA CITTÀ ORCHESTRA

Block Notes è una rubrica settimanale promossa dall’associazione Comunque Valdostani con l’obiettivo di avvicinare i Cittadini al Palazzo e aprire il Palazzo ai Cittadini. L’Associazione Comunque Valdostani ringrazia il Sindaco di Aosta, Gianni Nuti, che con entusiasmo ha aderito alla proposta

UNA CITTÀ ORCHESTRA

Ultimamente, ogni volta che si parla di un’organizzazione di qualunque genere tra esseri umani scatta il paragone con l’orchestra come la formula perfetta in cui si sta insieme pacificamente per concorrere, ciascuno a suo modo, alla realizzazione di uno scopo condiviso.

Giusto.

Gli è che anche le orchestre sono fatte di uomini che, quando si impossessano di una tecnica per produrre manufatti (materiali o immateriali), da una parte la sfruttano e perfezionano fino ai limiti del possibile, dall’altra ne celebrano la consunzione, ne erodono lentamente i meccanismi, ne arrugginiscono gli ingranaggi, e poi si disamorano…

Sarà per questo che oggi la situazione delle orchestre, in particolare in Italia, versa in condizioni difficili: le sale semivuote, l’età media oltre le soglie della terza, un sostanziale disinteresse da parte dell’opinione pubblica rispetto al loro destino. Certo, soprattutto in passato non sono mancate le distorsioni: sindacalismi esasperati, svogliatezza da timbratori di cartellino, programmi privi di appeal conditi da un po’ di isolazionismo ispirato a una cultura radical chic.

Ci sono due strade possibili: la prima è rassegnarsi a un lento declino di questa pratica antica a favore di altri modi per fare e ascoltare musica, magari con l’aiuto delle nuove tecnologie; la seconda è ripensare il modello, rigenerarlo proprio grazie a questa nuova consapevolezza, nata dalla riflessione sul modo di tessere relazioni intersoggettive, collaborare per creare cose buone e belle, indirettamente utili, anzi indispensabili per vivere.

Io tenderei a optare per la seconda, non per affezione nostalgica a un’idea decadente, ma perché salva delle radici profonde, fondate sul lento perfezionamento di oggetti artigianali, di tecniche di manipolazione e di ricerca espressiva che permettono all’uomo di compiere gesti essenziali per la cura tra esseri umani: quando si ama un piccolo uomo, infatti, si accarezza (sfrega), si pizzica, si soffia, si canta, quando si interroga la terra perché ci riveli i suoi disegni misteriosi, si percuote. Comporre tutti questi gesti insieme significa rispecchiare l’intreccio tra le forme di vita che popolano l’Universo e sentirsi meno soli.

Per questo sostengo e promuovo la formula delle orchestre sociali.

Questa realtà, nata in Venezuela per iniziativa di José Antonio Abréu, politico educatore e musicista fondatore del celebre modello El Sistema, promuove la pratica orchestrale per tutti, con un obiettivo di riscatto socio-economico nel paese in cui è nato, di piena inclusione in una realtà come la nostra, nella quale non ci sono situazioni così diffuse e pervasive di povertà assoluta, ma tante storie di fragilità.

Le compagini nate in molte regioni d’Italia con questo obiettivo dimostrano come sia possibile offrire una chance di espressione di sé e di riconoscimento a bambine e bambini di ogni età con differenti abilità, con storie di vita difficili, a detenuti, persone con malattie psichiatriche, oncologiche a persone anziane, insomma a chiunque. Questi gruppi di temerari sono chiamati a suonare insieme imbracciando dal primo giorno un violino, un flauto o un contrabbasso senza insegnanti di sostegno, senza educatori professionali, senza percorsi propedeutici speciali ma solo con musicisti aperti e pieni di energia empatica oltre che professionalità specifica: essi sanno realizzare, da subito, un evento musicale coinvolgente, formalmente compiuto, fatto di gesti semplici individuali ma architettato come una struttura collettiva complessa.

È un gioco corale costruito su forme di imitazione e di mutuo aiuto tra pari, sull’adattamento continuo al fluire degli imprevisti e la soluzione istantanea di problemi individuali grazie alla collaborazione tra tutti, sull’evoluzione circolare di un’esperienza di apprendimento/insegnamento in cui i ruoli si scambiano e compenetrano continuamente: qui le differenti abilità si sincronizzano e in questo modo spariscono dietro a un gesto totale e unitario, proiettato verso il mondo con uno slancio, un’energia travolgente mossa da un’ardente, talora disperata volontà di dire ci siamo, solo se stiamo insieme.

Il prodigio nel prodigio è che questa proposta contagia: coinvolge non solo famiglie, insegnanti non musicisti, istituzioni pubbliche e private, ma interi paesi che concorrono a far risuonare dentro e intorno a loro – attraverso forme di sostegno economico, logistico e ideativo e una diffusa partecipazione emotiva – una vera esperienza di comunità.

Questo credo sia il futuro delle orchestre sinfoniche del futuro, che potranno diffondersi nei territori più sperduti e raccogliere da tante esperienze locali interpreti eccellenti e un nuovo, più vasto e diverso pubblico rendendo sociali tutte le più grandi orchestre del mondo.

Riguardando in un filmato celebre Claudio Abbado, uno dei più grandi direttori di tutti i tempi, mentre assisteva al concerto dei ragazzi di Abreu con l’identico sguardo fermo, teso e commosso non ho visto la stessa fissità con la quale preparava l’attacco a una sinfonia di Mahler ho letto, per paradosso, un pensiero di meraviglia e dolore: quanto tempo ho perso…

Proprio lui, che ha solcato i podi di ogni angolo della Terra, solo alla fine della sua vita ha colto questo miracoloso potere della musica su tutti.

Ora noi, rimasti qui, non abbiamo più altro tempo da perdere.

 

Gianni Nuti

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