Il 2 giugno, Festa della Repubblica, ad Aosta va in scena il suo copione più rassicurante: il teatro istituzionale delle onorificenze. Il Teatro Splendor diventa il palcoscenico dove lo Stato si autocelebra attraverso la consegna degli attestati dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana.
A consegnare le benemerenze sarà il Presidente della Regione Renzo Testolin, che nell’occasione veste anche i panni prefettizi. Una doppia funzione che dice già molto: la Repubblica si racconta da sola, attraverso le sue stesse articolazioni istituzionali, in un circuito chiuso di rappresentazione e riconoscimento.
E qui la prima domanda politica è inevitabile: quanto di questo rito è davvero “Repubblica” e quanto è invece consolidamento simbolico del potere istituzionale?
Gli insigniti sono figure reali, con percorsi concreti: forze dell’ordine, ufficiali, funzionari, avvocati, volontari, professionisti della sanità e del mondo bancario.
C’è il Colonnello della Guardia di Finanza Nicola Bia, il Luogotenente Nado Calderone, figure militari e operative dello Stato sul territorio. E poi una platea più ampia di civili: Massimo Bussani della Scuola militare alpina, Giuseppe Caresio impegnato nel volontariato, Simone D’Inverno ex Banca d’Italia, Ignazio Pagani avvocato, Elvira Venturella figura centrale nel coordinamento psicologico dell’emergenza sanitaria.
Un mosaico ordinato di “meriti riconosciuti”. Tutto corretto, tutto istituzionalmente impeccabile.
Ma proprio qui si apre la seconda domanda, meno celebrativa e più scomoda:
quanti lavoratori, precari, operatori sociali, insegnanti, caregiver, volontari anonimi restano fuori da qualsiasi forma di riconoscimento pubblico, pur reggendo pezzi interi di società?
La Repubblica premia, certo. Ma seleziona anche ciò che è riconoscibile, certificabile, incorniciabile. Il resto resta fuori campo.
Ogni 2 giugno si rinnova una liturgia: discorsi, medaglie, musica finale dell’Orchestre à vent du Conservatoire de la Vallée d’Aoste. Tutto perfettamente coerente con l’idea di Stato che celebra sé stesso attraverso i suoi migliori interpreti.
Ma la politica vera dovrebbe anche interrogarsi su ciò che questa ritualità nasconde: una distanza crescente tra istituzioni e lavoro reale, tra riconoscimento formale e riconoscimento sociale.
Perché il “merito” diventa parola forte, ma anche pericolosamente elastica. Vale per chi indossa una divisa, per chi occupa posizioni apicali, per chi ha una carriera visibile. Molto meno per chi lavora nell’ombra della macchina pubblica o del privato sociale senza mai arrivare al palco dello Splendor.
L’Ordine al Merito della Repubblica Italiana nasce nel 1951 con un’intenzione nobile: riconoscere benemerenze verso la nazione nel campo delle lettere, delle arti, dell’economia e del servizio civile e militare.
Ma nel tempo questo specchio si è fatto selettivo. Riflette ciò che è già istituzionalmente leggibile, raramente ciò che è socialmente essenziale ma invisibile.
E così la cerimonia del 2 giugno diventa anche un esercizio politico di definizione del valore: non solo chi merita, ma chi ha il potere di essere visto come meritevole.
La locandina organizza la scena.
Le schede degli insigniti raccontano le biografie “autorizzate” del merito.
Le foto degli insigniti
Tre elementi apparentemente tecnici, ma in realtà fondamentali: costruiscono la narrazione ufficiale della Repubblica.
Una narrazione ordinata, pulita, rassicurante. Forse anche troppo.
Alla fine, il 2 giugno resta una festa necessaria. Ma proprio perché necessaria, meriterebbe meno autocelebrazione e più domande scomode: su chi resta fuori, su cosa non viene premiato, su quale idea di società si sta davvero legittimando dietro il sipario dello Splendor.
Perché la Repubblica non è solo quella che premia. È soprattutto quella che, ogni giorno, decide cosa considera degno di essere visto.