C’è una Pasquetta che non ha bisogno di mode, né di invenzioni. È quella che si consuma tra i prati ancora umidi di disgelo, dove l’erba fatica a imporsi ma già promette stagione nuova. È la Pasquetta delle Reines, dove il tempo sembra fermarsi e la montagna torna a raccontare sé stessa con il linguaggio più autentico che possiede: quello della terra e degli animali.
Lunedì 6 aprile, a Saint-Marcel, va in scena il secondo appuntamento del 69ème Concours Régional Batailles de Reines, una di quelle manifestazioni che non si limitano a essere evento, ma diventano rito. Qui non si viene soltanto per assistere: si viene per riconoscersi.
Sono 168 le bovine iscritte. Un numero che, più che una cifra, è una dichiarazione di vitalità. Perché dietro ogni animale c’è una storia fatta di alpeggi, di inverni lunghi, di mani che conoscono il peso del lavoro e la pazienza dell’attesa. Le Reines non sono semplici protagoniste di una sfida: sono il simbolo di una cultura che resiste, che si tramanda senza bisogno di spiegazioni.
La giornata inizierà con la pesatura, tra le 9 e le 11, un momento che per gli allevatori ha quasi il valore di una liturgia laica. Poi, dalle 12:30, i combats. Ma ridurre tutto allo scontro sarebbe un errore. Perché ciò che accade nel ring è solo la superficie di qualcosa di più profondo: un confronto naturale, istintivo, che segue regole antiche e mai scritte, dove è l’animale stesso a decidere quando fermarsi.
Il Concours Régional non è soltanto una competizione: è un atto di continuità. Celebra la razza valdostana, certo, ma soprattutto quel legame profondo tra uomo e territorio che altrove si è perso o si sta perdendo. Qui no. Qui resiste, ostinato come l’erba che spunta tra le pietre.
E allora Pasquetta, in Valle, non è solo evasione. È ritorno. È memoria che si fa presente. È il suono delle campane che si mescola al muggito delle bovine, è il cielo ancora incerto di primavera che osserva, silenzioso, una comunità che continua a riconoscersi nei suoi riti.
Perché, in fondo, tra una sfida e l’altra, tra una regina che avanza e un’altra che si ritira, ciò che davvero si celebra non è la vittoria. È l’appartenenza.
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