ECONOMIA - 31 marzo 2026, 09:24

Polizza catastrofi naturali, ultimo giorno: per le imprese arriva un nuovo conto

Scade oggi, 31 marzo 2026, l’obbligo per molte micro e piccole imprese di assicurarsi contro calamità naturali. I costi non sono proibitivi, ma resta il peso di un adempimento in più. Chi resta scoperto rischia di pagare caro in caso di disastri, senza aiuti pubblici

C’è un momento, nella vita di ogni impresa, in cui la parola “obbligo” smette di essere teoria e diventa conto da pagare. Per migliaia di attività italiane, quel momento è arrivato oggi, 31 marzo 2026.

Scade infatti il termine per sottoscrivere la cosiddetta polizza Cat Nat, l’assicurazione contro le calamità naturali diventata obbligatoria per molte micro e piccole imprese, in particolare nei settori del turismo, della ristorazione, della pesca e dell’acquacoltura. Una misura pensata per mettere in sicurezza il tessuto produttivo, ma che per molti imprenditori suona come l’ennesimo costo imposto dall’alto.

A guardare i numeri, il conto non è astronomico. Secondo le simulazioni elaborate da Facile.it insieme a Italfinance e Finital, per un ristorante medio il premio annuo parte da circa 272 euro a Milano, sale a 628 euro a Palermo e arriva fino a 776 euro a Roma.

Per strutture più grandi come gli hotel, il costo cresce ma resta tutto sommato contenuto rispetto ai valori assicurati: si va da circa 556 euro annui a Milano fino a oltre 2.100 euro a Palermo, dove il rischio calamità è statisticamente più elevato.

Il prezzo, infatti, non è casuale. A incidere sono la zona geografica, la probabilità di eventi naturali, il valore degli immobili e delle attrezzature, ma anche dettagli più tecnici come la posizione dei locali o le caratteristiche costruttive degli edifici. Tradotto: più si è esposti, più si paga.

La polizza nasce con un obiettivo preciso: proteggere le imprese dai grandi eventi catastrofali. Dentro la copertura obbligatoria rientrano terremoti, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni.

Ma attenzione, perché non è uno scudo totale. Restano fuori fenomeni sempre più frequenti come grandinate violente, trombe d’aria o le cosiddette “bombe d’acqua”, che richiedono garanzie aggiuntive. E ci sono limiti anche su eventi come le frane, coperte solo se avvengono in modo rapido e non graduale.

Inoltre, niente tutela per immobili abusivi o non in regola: un dettaglio tutt’altro che secondario in molte realtà italiane.

Il punto più delicato, però, non è tanto il costo quanto le conseguenze per chi decide di non adeguarsi. Non sono previste multe immediate, ed è forse questo che ha spinto molte imprese a rimandare fino all’ultimo.

Ma il conto può arrivare dopo, ed essere molto più salato.

Senza polizza, le aziende rischiano di restare escluse da contributi pubblici e aiuti statali in caso di calamità. In altre parole, se arriva un’alluvione o un terremoto, si paga tutto di tasca propria. E per una piccola impresa, significa spesso non rialzarsi più.

La logica della norma è chiara: spostare parte del rischio dallo Stato ai privati, incentivando la prevenzione. Una scelta comprensibile in un Paese fragile come l’Italia, sempre più esposto a eventi estremi.

Ma resta la sensazione, diffusa tra gli operatori, di un ulteriore carico che si somma a tasse, rincari energetici e burocrazia. Un obbligo che arriva in un momento già complicato e che, anche se sostenibile nei numeri, pesa sul clima generale.

Alla fine, la polizza Cat Nat si muove su un equilibrio sottile: da un lato è uno strumento di tutela reale, dall’altro rappresenta l’ennesima voce di spesa che le imprese devono imparare a gestire. E oggi, per molti, non è più una scelta. È semplicemente un altro conto da pagare.

pi.mi.