C’è un punto, in questa vicenda, che va oltre il tecnicismo normativo e tocca il cuore del rapporto tra politica e controllo: chi vigila sulla legalità può davvero permettersi di essere anche, in parte, espressione di chi governa? È attorno a questa domanda che si sta polarizzando il confronto sulla proposta di modifica della legge regionale che disciplina l’Osservatorio permanente sulla legalità e sulla criminalità organizzata in Valle d’Aosta.
A intervenire con toni netti è la CGIL Valle d’Aosta, che esprime “forte preoccupazione per un possibile indebolimento dell’autonomia e della funzione stessa dell’organismo”. Il sindacato sottolinea come l’Osservatorio debba restare “uno strumento terzo, autorevole e indipendente”, capace di esercitare un ruolo di controllo reale, senza essere “ricondotto alla maggioranza politica di turno”.
Il timore, condiviso anche da alcune forze di opposizione, è che la riforma finisca per “confondere controllori e controllati”, compromettendo alla radice la credibilità dell’organo. Un rischio politico prima ancora che istituzionale, che in un territorio piccolo e delicato come quello valdostano assume un peso specifico ancora maggiore.
Nel merito delle modifiche proposte, la CGIL punta il dito contro due elementi in particolare. Il primo riguarda l’eventuale ingresso di assessori regionali nella composizione dell’Osservatorio. Una scelta che, secondo il sindacato, “rischierebbe di alterare l’equilibrio originario tra istituzioni e società civile, snaturando la funzione dell’organismo e avvicinandolo eccessivamente alla sfera politica”.
Il secondo nodo critico è la soppressione del Comitato tecnico, ritenuto un presidio essenziale di competenza e indipendenza. “La sua eliminazione comporterebbe il venir meno di un presidio di qualità e autonomia nelle attività di analisi e monitoraggio”, avverte la CGIL, con il rischio concreto di “affidare direttamente agli organi politici funzioni che dovrebbero restare terze”.
Il tema, in filigrana, è quello della separazione tra indirizzo politico e funzione di controllo. L’Osservatorio, infatti, non è un organismo qualsiasi: è chiamato a vigilare su appalti, grandi opere e settori particolarmente esposti al rischio di infiltrazioni mafiose. Per questo, insiste il sindacato, “non può essere condizionato da logiche politiche”, perché “il contrasto alla criminalità organizzata richiede continuità e stabilità nel tempo, indipendentemente dai cicli elettorali”.
La presa di posizione della CGIL si inserisce in un dibattito che, nei prossimi giorni, è destinato a intensificarsi anche sul piano consiliare. Ma il messaggio è già chiaro: l’Osservatorio antimafia valdostano “deve preservare pienamente la propria autonomia e non può in alcun modo trasformarsi in uno strumento soggetto a influenze politiche”.
In gioco non c’è solo l’assetto di un organismo, ma la tenuta stessa di un modello di vigilanza che, per funzionare, deve essere percepito come credibile, indipendente e plurale. “Solo mantenendo indipendenza, competenza e pluralismo – con il contributo delle associazioni civiche e del mondo del lavoro – sarà possibile affrontare in maniera efficace un fenomeno complesso come quello delle infiltrazioni mafiose”, conclude la CGIL, rilanciando una richiesta che suona anche come un avvertimento alla politica regionale.