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Chez Nous | 29 luglio 2025, 08:00

Comunicacuria

Comunicacuria

Comunicacuria

C’è chi dice che Dio parla nel silenzio. E magari è vero. Ma quando anche la Curia tace, in un’epoca in cui la comunicazione è l’ossigeno della coscienza civile, il silenzio comincia a pesare. Da tempo ormai, chi vuole sapere cosa pensa la Chiesa valdostana su ciò che accade nel mondo deve leggere il Corriere della Valle o ascoltare Radio Proposta InBlu. Due strumenti preziosi, indubbiamente. Anzi, insostituibili per chi crede e per chi è abbonato. Ma resta il fatto che, per tutto il resto dell’universo informativo valdostano, quello più laico, più eterogeneo, più attento a cogliere anche le sfumature di un messaggio ecclesiale, la comunicazione della Curia di Aosta è praticamente muta.

Non si tratta di pretendere bollettini quotidiani o proclami urbi et orbi. Ma che fine ha fatto la voce pubblica della Chiesa diocesana, quella che un tempo non temeva di entrare nel dibattito civile e di dire la sua su ciò che accadeva in Valle, in Italia, nel mondo? Di fronte ai drammi globali – le guerre, la povertà, le migrazioni, le ingiustizie planetarie – il pensiero del Vescovo e della Curia resta spesso confinato nei circuiti interni, come se bastasse parlare ai "già convinti" per esaurire il compito pastorale.

E pensare che proprio la Chiesa valdostana, in altri tempi, ha saputo essere roccaforte culturale e civile. Durante il fascismo, mentre lo Stato cancellava con la forza il patois e il francese, fu proprio il clero a difendere con coraggio la lingua e l’identità valdostana, facendosi custode della memoria collettiva, della tradizione, della resistenza culturale. Le prediche, i canti, l’insegnamento nei seminari, perfino le omelie nelle cappelle di montagna: tutto parlava la lingua del popolo, sfidando il conformismo e l’imposizione del regime.

Oggi, quella stessa Chiesa che fu baluardo dell’autonomia linguistica e culturale, tace sull’autonomia politica. Non dice quasi nulla sull’evoluzione delle istituzioni locali, sullo svuotamento silenzioso dello Statuto, sulle derive burocratiche che allontanano i cittadini dalle decisioni. Non una parola chiara sui rapporti con lo Stato, sulle riforme costituzionali, sui pericoli dell’accentramento. Come se l’autonomia, oggi, fosse una parola che scotta. Come se parlarne non fosse più missione di comunità ma rischio di fraintendimento. Un cambiamento culturale che lascia perplessi, soprattutto se si guarda al coraggio del passato.

E così, anche nei fatti più recenti, la Chiesa resta un interlocutore silenzioso. Prendiamo l’appello nazionale per suonare le campane delle chiese domenica 27 luglio, alle ore 22, in solidarietà con Gaza e per la pace in Terra Santa. Un gesto semplice, simbolico, che in molte diocesi italiane ha trovato voce e risonanza. Ma qui? Nessuna comunicazione ufficiale, nessuna indicazione chiara. Le campane hanno suonato? Chi può dirlo. Alcune sì? Alcune no? La diocesi ha aderito? Ha lasciato libertà ai parroci? Non è dato saperlo. E forse, proprio questo – il non sapere, il non capire, il non sentire – è la cifra di un rapporto pubblico che si è fatto evanescente, quando invece avrebbe bisogno di essere più presente, più diretto, più vivo.

La sensazione diffusa è che il Vescovo non interagisca più frequentemente con la comunità al di fuori degli ambiti liturgici o delle celebrazioni canoniche. La sua voce – pure attesa, persino desiderata in certi momenti – si sente poco, o è veicolata in modi che non raggiungono davvero la cittadinanza. Eppure viviamo in una regione piccola, dove la parola pesa, dove un gesto, un segnale, un messaggio lanciato nel modo giusto può ancora toccare le coscienze e orientare il pensiero. Anche di chi non frequenta la chiesa ogni domenica, anche di chi è in ricerca, anche di chi ha semplicemente bisogno di sapere da che parte sta la Chiesa valdostana nei confronti dei grandi e piccoli dolori del nostro tempo.

Non si tratta, sia chiaro, di chiedere una linea militante, né di trasformare la Curia in un ufficio stampa militare della dottrina sociale. Si tratta, più semplicemente, di non lasciar spegnere la voce pubblica di una Chiesa che ha il diritto – e il dovere – di farsi sentire. Anche, e soprattutto, fuori dalla sacrestia.

Perché alla fine, quando manca la comunicazione, non è solo il messaggio a perdersi. È il riferimento che si scolora, è la fiducia che si smarrisce, è il senso di comunità che si indebolisce. La Curia c’è, certo. Ma se non comunica, chi la sente? E chi la segue? Forse, allora, la domanda andrebbe rivolta anche a noi, i fedeli: vogliamo davvero una Chiesa che parli, o ci fa comodo che taccia? Vogliamo una guida spirituale che si esponga e rischi, oppure preferiamo che stia al suo posto, in punta d’altare, senza disturbare troppo la nostra coscienza civile?

Perché, diciamocelo: se la Chiesa non parla più, è anche perché pochi le chiedono di farlo. E se non la si interpella, non è detto che risponda. Forse dovremmo bussare un po’ di più. O, chissà, cominciare a suonare noi le campane. Magari non solo per Gaza.

Comunicacuria

On dit que Dieu parle dans le silence. Il se peut que ce soit vrai. Mais quand même la Curie garde le silence, à une époque où la communication est l’oxygène de la conscience civile, ce silence devient lourd. Depuis longtemps, ceux qui veulent savoir ce que pense l’Église valdôtaine de ce qui se passe dans le monde doivent lire le Corriere della Valle ou écouter Radio Proposta InBlu. Deux outils précieux, sans doute. Même indispensables pour les croyants et les abonnés. Mais il reste que, pour tout le reste de l’univers médiatique valdôtain — le monde laïque, varié, attentif aux nuances d’un message ecclésial — la communication de la Curie d’Aoste est pratiquement muette.

Il ne s’agit pas d’exiger des bulletins quotidiens ou des proclamations officielles. Mais qu’est devenue la voix publique de l’Église diocésaine, celle qui autrefois n’hésitait pas à entrer dans le débat politique et à exprimer sa position sur ce qui se passait en Vallée, en Italie, dans le monde ? Face aux tragédies mondiales — guerres, pauvreté, migrations, injustices planétaires — la pensée de l’Évêque et de la Curie reste souvent confinée dans des circuits internes, comme s’il suffisait de parler aux « déjà convaincus » pour accomplir la mission pastorale.

Et pourtant, l’Église valdôtaine fut autrefois une forteresse culturelle et civique. Sous le fascisme, alors que l’État tentait d’exterminer le patois et le français, c’est le clergé qui défendit courageusement la langue et l’identité valdôtaines, devenant gardien de la mémoire collective, de la tradition, de la résistance culturelle. Les sermons, les chants, l’enseignement dans les séminaires, même les homélies dans les chapelles de montagne : tout parlait la langue du peuple, défiant le conformisme et l’imposition du régime.

Aujourd’hui, cette même Église, autrefois rempart de l’autonomie linguistique et culturelle, se tait sur l’autonomie politique. Elle ne dit presque rien du devenir des institutions locales, du lent affaissement du Statut, de la bureaucratie qui éloigne les citoyens des décisions. Pas un mot clair sur les rapports avec l’État, les réformes constitutionnelles, les dangers de la centralisation. Comme si l’autonomie était devenue un mot à peine prononçable. Comme si en parler n’était plus une mission communautaire mais risquait d’être mal interprété. Un changement culturel qui laisse perplexe, surtout lorsqu’on connaît le courage du passé.

Ainsi, même dans les événements récents, l’Église demeure un interlocuteur silencieux. Prenons l’appel national à faire sonner les cloches des églises le dimanche 27 juillet à 22h, en solidarité avec Gaza et pour la paix en Terre Sainte. Un geste simple, symbolique, qui dans bien des diocèses italiens a trouvé voix et écho. Mais ici ? Aucune communication officielle, aucune indication claire. Les cloches ont sonné ? Qui peut le dire. Certaines oui ? Certaines non ? La diocèse a-t-elle adhéré ? A-t-elle laissé la liberté aux paroisses ? Impossible à savoir. Et peut-être que c’est précisément ce — ne pas savoir, ne pas comprendre, ne pas entendre — qui caractérise un rapport public devenu évanescent, alors qu’il devrait être plus présent, plus direct, plus vivant.

Le sentiment généralisé est que l’Évêque n’interagit plus fréquemment avec la communauté en dehors des célébrations liturgiques. Sa voix — attendue, parfois même désirée dans certains moments — se fait rare, ou se transmet de manière qui n’atteint pas vraiment les citoyens. Pourtant, nous vivons dans une petite région, où la parole compte, où un geste, un signe, un message bien lancé peut encore toucher les consciences et orienter la pensée. Même ceux qui ne vont pas à l’église chaque dimanche, même ceux qui sont en quête, même ceux qui ont simplement besoin de savoir de quel côté l’Église valdôtaine se situe face aux grandes et petites souffrances de notre temps.

Ce n’est pas, soyons clairs, demander une posture militante, ni transformer la Curie en un service de presse doctrinal. Il s’agit, tout simplement, de ne pas laisser s’éteindre la voix publique d’une Église qui a le droit — et le devoir — de se faire entendre. Et ce, même — voire surtout — en dehors de la sacristie.

Parce qu’en fin de compte, lorsqu’il manque la communication, ce n’est pas seulement le message qui se perd. C’est le référent qui s’estompe, c’est la confiance qui chancelle, c’est le sens de communauté qui s’affaiblit. La Curie est là, bien sûr. Mais si elle ne communique pas, qui l’écoute ? Et qui la suit ?

Et peut-être faudrait-il alors poser la question aussi à nous, les fidèles : voulons-nous vraiment une Église qui parle, ou préférons-nous qu’elle se taise ? Souhaitons-nous une guide spirituel qui se risque à intervenir, ou préférons-nous qu’elle reste à sa place, sur l’autel, sans trop déranger notre conscience civile ?

Parce qu’entre nous : si l’Église ne parle plus, c’est aussi parce que peu la lui demandent. Et si on ne l’interroge pas, ce n’est pas dit qu’elle réponde. Peut-être faudrait-il frapper un peu plus à la porte. Ou, qui sait, commencer à sonner nous-mêmes les cloches. Pas seulement pour Gaza.

piero.minuzzo@gmail.com

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