Quello che era stato presentato come il salvatore della patria, la soluzione ai mali del casinò, ha rassegnato le dimissioni da direttore generale della Casino de la Vallée S.p.A.. Si chiude un ulteriore capitolo di una vicenda complessa, dove le soluzioni sono state peggio dei problemi e dove il sistema ha dimostrato tutti i suoi limiti.
Eppure, anche su Aostacronaca, si era messo in guardia chi doveva decidere, la gestione di un’azienda così complessa, in un momento economico così difficile non poteva essere affidata a qualcuno senza la conoscenza necessaria del mercato.
Infatti la luna di miele è durata un battito d’ali e dopo poco più di un anno siamo al divorzio. Ora la politica si sta esercitando nel suo sport preferito, scaricare la colpa sugli altri: è pronto un documento politico da allegare al bilancio per sciogliere nell’acido tutto il management del casinò, tutta colpa loro.
Ma questa impostazione fa veramente sorridere: quali manager?
Il direttore dell’hotel è un ex croupier e responsabile dei giochi tradizionali, la responsabile degli acquisti fino a poco tempo fa registrava fatture, colui che fa le veci del direttore del personale e supporta l’amministratore unico è un ex croupier e gestore di discoteche con la terza media, il direttore del marketing un ex porteur, il responsabile della produzione un veneziano dal trascorso di segretario comunale che nessuno ha ancora capito cosa faccia e, dulcis in fondo, l’amministratore unico che secondo la visione politica avrebbe avuto, in barba al codice civile, solo funzioni di coordinamento e rappresentanza.
Tutti a scartabellare numeri e dati, tutti esperti in qualcosa, ma come tanti struzzi nessuno che ha il coraggio di affrontare il vero problema. Il Resort è una struttura moderna che piace molto alla clientela, soprattutto l’hotel, basta guardare su Tripadvisor. Il progetto fu concepito e iniziato in un’epoca dove il fatturato del casinò cresceva e dove i bilanci erano addirittura in grado di assorbire le perdite del Grand Hotel Billia, decisione presa dalla proprietà perché obbligata dallo stato nel quale si trovavano le strutture, non c’erano scelte, chiaramente se non la chiusura.
Poi è arrivata la crisi e i limiti all’utilizzo del contante, per cui chi gestiva ha cercato di equilibrare le entrate con i costi. Nessun casinò ha chiuso i battenti in Europa, tutti hanno subito soprattutto nel 2013 la crisi, molti peggio ancora rispetto a Saint-Vincent hanno visto assottigliarsi i bilanci, tanti sono i casinò nuovi costruiti o pesantemente rinnovati. Si investe quando serve, si rilancia per combattere la crisi e la concorrenza. Quasi tutti hanno trovato una quadra, hanno diminuito i costi e ora viaggiano con bilanci positivi.
Ma nessuno ha il coraggio anche solo di porsi questo problema, è più facile accusare chi gestisce e chiedere aumenti del fatturato incompatibili con il momento economico. Poi se si chiama qualcuno a gestire privo dell’esperienza necessaria, anche i miglioramenti possibili e già in atto, vengono frustrati. Invece di parlare a sproposito di marketing, clienti facoltosi e rilancio, prima si doveva mettere in sicurezza strutturale l’azienda, adeguando i costi alla situazione contingente.
Basti pensare che quest’anno, se non si fosse intervenuti diversamente, i bilanci sarebbero già verosimilmente in utile e negli anni a venire avrebbero prodotto risultati altamente positivi. Si sta parlando di più di 10 milioni di euro di differenza oltre ai fondi straordinari per la procedura ex legge Fornero. Ma così non fu, politica e sindacati decisero diversamente e deragliarono, frustrando ogni possibile rilancio. La classe dirigente fu smantellata per far contenti lavoratori e politici nuovi alleati e nel contempo azienda e sindacati lavorarono ad un mostro che azzoppò ogni speranza, un accordo sindacale fortemente al ribasso, che non ha portato i risparmi sperati ma addirittura ha gravemente peggiorato la situazione finanziaria dell’azienda portandola ad un passo dal baratro. Ogni previsione fu azzerata e rifatta, obbligando chi gestiva a stirare i budget verso l’alto ma ponendo una serie di problematiche difficilmente gestibili.
Si tratta di svariati milioni di euro, probabilmente alla fine più di 10, che il casino deve anticipare all’Inps, soldi che non ha e per i quali deve indebitarsi pagando gli interessi, o chiederli alla proprietà, magari attingendo alla ricapitalizzazione recentemente richiesta. Che senso abbia tutto questo non è dato sapere, certo sapere oggi che una persona uscirà tra 3 anni dall’azienda in anticipo può essere utile, ma lo stesso risultato si raggiunge con meno costi e rischi con una procedura di mobilità.
Ma come il domino i problemi non finiscono qua, il 2015, finita la stagione degli scioperi, consolidò una crescita positiva del fatturato (hotel e casinò) e delle mance, il bilancio migliorò ma il peso finanziario del costo del personale e soprattutto delle uscite per la Fornero, frustrò il paziente lavoro di ricerca di nuova clientela, per cui Scordato & Co non poterono che tagliare su tutto, questo, sommato ad alcune scelte gestionali sicuramente discutibili, ha portato ad una grave disaffezione della clientela che è migrata in parte verso altre strutture. Con i fichi secchi non si fa marketing e promozione, tant’è che questo sarà il peggiore anno del casino valdostano rispetto alla concorrenza dopo tanti anni.
Ora recuperare questo stato di fatto sembra un’impresa titanica, mancano le risorse e soprattutto ci vorranno gli anni. Oltre a questo l’azienda è da rifondare, ma l’inserimento di manager adeguati è un lavoro lungo e delicato oltre che oggi troppo costoso, inoltre c’è bisogno di interventi urgentissimi che può assumere solo chi conosce a menadito l’azienda e il mercato.
Quali le soluzioni a questo punto che deve trovare ora la proprietà oltre che azzerare senza tante mezze misure i manager?
Nel frattempo la logica imporrebbe interventi rapidi su due binari: la scelta di una governance reputata ed esperta sotto il profilo amministrativo e soprattutto finanziario, capace di guidare al meglio le procedure per la privatizzazione e capace di trovare e gestire la liquidità necessaria ad arrivare alla privatizzazione, e il supporto di un manager che conosca a fondo queste aziende particolari (hotel e casino) e possa consigliare con la sua esperienza i giusti passi per portare ad un risultato positivo la procedura di privatizzazione e anche immediatamente gestire la quotidianità, sostituirsi temporaneamente alle lacune dei dirigenti esistenti, incapaci di autogestirsi e decidere, riporti qualche cliente in tempi brevi e soprattutto predisponga immediatamente un business plan che traghetti l’azienda alla conclusione della privatizzazione.
Se la scelta è la privatizzazione non serve altro, non servono team fatti da personaggi mitici, non servono visioni ed illusioni ormai frustrati da mesi di confusione, basta un progetto definito e qualche manager che sappia bene cosa fare.
Chissà se questa volta dopo aver toccato il fondo non si riesca a mettere ordine e affrontare con razionalità e coerenza, anche politica, un problema così importante.