Accade alle volte che, mentre si attraversa un momento di vulnerabilità e ci si consola coinvolgendo gli amici nella propria difficoltà, questi ultimi, forse più volitivi di noi, ci releghino in una solitudine che non ci aspettavamo di vederci assegnata.
È in quei momenti che, come il cantore dei sentimenti Hermann Hesse descrive assai bene, ci si trova a fare i conti con la solitudine. Quella ancestrale. Quella che non possiamo ignorare.
La breve prosa che segue cerca di esplorare questo stato d’animo molto comune ma altrettanto celato per il disagio di manifestare appieno la nostra umana fragilità.
TORNERÀ A SPLENDERE IL SOLE
HH, l'amato poeta che mi accompagna dai tempi tormentati dell'adolescenza, era persona che faceva dell'osservazione una delle ragioni della propria esistenza.
Sapeva, il poeta, guardare attraverso la nebbia e dentro alle persone.
Sapeva, l'amato vecchio, capire cosa accadeva nel cuore degli uomini. In tutti gli uomini. Soprattutto quelli fragili.
E con quel suo sapere non contrapponeva questi ultimi ai più determinati, a quelli che sanno come vanno le cose, anzi che sanno come farle andare.
Sapeva invece l'amato poeta, che sia i volitivi che i fragili possono convivere fraternamente, scambievolmente. Amichevolmente.
Ma se il cuore aiuta, sostiene, incoraggia, si apre all'ascolto, al dialogo ed allo sfogo, l'animo umano può avere un’altra morale da perseguire.
Scrive Hesse:
Pieno di amici mi appariva il mondo
quando era la mia vita ancora chiara;
adesso che la nebbia cala
non ne vedo più alcuno
Fin troppo limpide sono le parole che evocano lo stridore del fragile col volitivo.
E dire che proprio il fragile si manifesta al volitivo con il cuore aperto e con l'anima supplichevole facendo leva sul sentimento più nobile di cui gli esseri umani sono dotati: l'amicizia.
E allora capita più sovente di quanto si possa immaginare, più spesso di quanto se lo meriti che la categoria umana dei fragili resti vittima della sua stessa fragilità.
Il lamento certo non aiuta le relazioni tra simili ed è per questo da evitare sebbene la storia millenaria dell'uomo attribuisca alla lamentatio attraverso riti ancestrali ed apotropaici un'importanza che oggi è andata persa.
Ma se non è il lamento ad allontanare è il senso di pena che vi provvede.
L'amicizia qui fa come una capriola: da sentimento corroborante, che scalda, che avvicina diventa distaccata, disinteressata, che raffredda, che allontana.
Allora non resta che continuare a percorrere il viottolo tra la nebbia sapendo che, come recita il saggio Hermann Hesse:
«Vivere è solitudine».
Anche quando dentro al cuore, dentro l'anima la nebbia si dissolverà.
Anche quando fuori, nel cielo, sul lago, tra le nuvole tornerà a splendere il sole.