Sabato ho partecipato alla conferenza sul ripristino della ferrovia Aosta–Pré-Saint-Didier. Sala gremita, con diverse persone rimaste fuori perché non riuscivano a entrare: un tema che tiene banco da mesi e che, evidentemente, non lascia indifferenti.
È mancata una sola cosa: i giovani. Un'assenza che ormai è diventata una costante e che dovrebbe interrogarci più di qualsiasi tabella.
Il dibattito, come spesso accade, si è riassunto in due parole: costi e benefici. È un argomento serio, che va affrontato con rispetto. La riapertura è stata stimata in 71 milioni di euro e chi è contrario ha tutto il diritto di chiedere conti chiari e sostenibili.
Ma la domanda che mi porto a casa è un'altra: davvero tutto ciò che non produce un ritorno economico diretto è destinato a essere abbandonato?
La Valle che già investe in ciò che non rende
Basta guardarsi intorno. La Regione mantiene una rete di oltre quattromila sentieri e finanzia ogni anno cantieri forestali per garantirne la percorribilità. Restaura castelli e ne apre di nuovi al pubblico. Sostiene, attraverso contributi, gli impianti a fune.
Nessuno di questi interventi si regge su un incasso diretto capace di coprire la spesa. Eppure nessuno li considera sprechi. Li chiamiamo patrimonio, identità, attrattività, servizio al territorio.
E abbiamo ragione a farlo. I castelli accolgono 360 mila visitatori all'anno e gli impianti a fune, secondo uno studio, generano un valore condiviso pari al 7,6% del PIL regionale.
Il ritorno, insomma, non sta soltanto nel biglietto staccato, ma nell'albergo, nel ristorante, nel negozio e nei posti di lavoro che da queste attività dipendono.
Qualcuno obietterà che una ferrovia non è un castello né un sentiero. Ma perché dovrebbe essere così diversa? Fuori dai nostri confini, le esperienze non mancano. La Ferrovia Retica svizzera è stata inserita dall'UNESCO nel patrimonio mondiale nel 2008 e oggi rappresenta un marchio conosciuto a livello internazionale. In Francia, il Tramway du Mont Blanc viaggia dal 1909.
Non sono reliquie del passato, ma realtà che hanno saputo trasformare la memoria e il patrimonio storico in opportunità di lavoro.
Una ferrovia come azienda di comunità
Immaginiamo la Aosta–Pré-Saint-Didier non soltanto come una linea per pendolari e studenti, ma come una vera e propria impresa territoriale.
Stazioni che diventano piccoli bar, ristoranti e botteghe di prodotti locali, affidati in gestione a giovani valdostani. Convogli pensati anche per offrire un percorso storico, culturale e paesaggistico lungo la Dora. Ogni fermata potrebbe diventare un'occasione di impresa.
Non è un sogno folle. È lo stesso ragionamento che già facciamo per i castelli, applicato a un'infrastruttura che esiste ancora, che ha un tracciato definito e una storia lunga quasi un secolo.
Il lavoro che verrà e quello che scompare
C'è poi una questione ancora più grande. Le notizie di questi mesi sul futuro dei lavoratori della Cogne ci hanno ricordato quanto un'intera regione possa tremare di fronte alle difficoltà di un solo grande stabilimento.
Intanto, sistemi automatici di pagamento, obliteratrici, servizi digitali e robot che consegnano i pasti sostituiscono ogni anno attività e mestieri che hanno garantito il sostentamento di famiglie per generazioni.
Se continuiamo a ragionare secondo il principio che «ciò che non rende va abbandonato», la tecnologia farà il resto. Rischiamo di ritrovarci con un'economia efficientissima e una società sempre più povera di stipendi e opportunità.
La risposta, naturalmente, non può essere quella di rifiutare il progresso. Può e deve essere quella di decidere a cosa vogliamo che il progresso serva.
Un'economia che misura il successo soltanto attraverso i margini aziendali rischia di produrre ricchezza per pochi e vuoto per molti. Un'economia intesa come ricchezza sociale deve invece misurare anche altro: i posti di lavoro creati, i paesi che restano vivi, i giovani che non sono costretti a partire, le relazioni che si mantengono attorno a un servizio, a un luogo, a un'identità.
Inventare lavoro, non soltanto difenderlo
Il compito della politica, ma anche quello della comunità, non è soltanto salvaguardare i posti di lavoro esistenti. È anche inventarne di nuovi, là dove il mercato da solo non arriva: nella cura del territorio, nella cultura, nel turismo lento, nella mobilità sostenibile.
Queste opportunità non nascono spontaneamente, perché spesso non promettono rendimenti immediati. Nascono quando una comunità decide di investire su se stessa e sul proprio futuro.
Una ferrovia non è soltanto ferro e traversine. È una scommessa sulla possibilità che questa valle abbia ancora qualcosa da costruire insieme.
Se vogliamo che i nostri figli restino, dobbiamo offrire loro delle ragioni per farlo. E queste ragioni non si trovano soltanto in un foglio di calcolo, ma nella possibilità di riconoscersi in un progetto, di lavorarci e di sentirsi parte del futuro della propria terra.
Forse la loro assenza sabato ci sta dicendo proprio questo: non li abbiamo ancora invitati a entrare nel futuro che stiamo discutendo.