A Palazzo regionale è arrivata la sentenza. E, con lei, una notizia sconvolgente: le leggi regionali non sono suggerimenti per l'uso, né decorazioni da appendere alle pareti dell'ufficio di Presidenza. Ogni tanto bisogna anche rispettarle.
La vicenda dei mandati in Giunta si chiude con la decadenza di Renzo Testolin dalla Presidenza. Ma tranquilli: nessuno ha perso la bussola. Al massimo, qualcuno ha scoperto che il navigatore istituzionale era impostato su «evita le norme».
L'Union e il miracolo della continuità
Per mesi ci hanno raccontato che la continuità era indispensabile. Senza Testolin, pareva dovessero fermarsi le montagne, spegnersi gli impianti di risalita e le mucche smettere di produrre latte per solidarietà istituzionale.
Adesso che Testolin deve lasciare la Presidenza, la maggioranza ci rassicura: il lavoro è stato fatto, le leggi approvate, la squadra è coesa.
Insomma, il capitano scende dalla plancia, ma l'equipaggio assicura che la nave procede benissimo. Resta soltanto da capire perché, per evitare l'iceberg, abbiano aspettato di sentirne il rumore in tribunale.
Bertschy, il vicepresidente con il fiato sul collo
E adesso tocca a Luigi Bertschy. Le opposizioni chiedono chiarimenti e qualcuno invoca le dimissioni. Attenzione, però: una richiesta politica non è una sentenza. La questione dovrà essere affrontata nelle sedi e secondo le regole previste.
Nel frattempo, Bertschy assicura di essere pronto a gestire la transizione e di non essere attaccato alla poltrona.
Una dichiarazione rassicurante. Del resto, in Valle d'Aosta le poltrone sono come le seconde case: nessuno dice di volerle a tutti i costi, ma quando si tratta di lasciarle partire cominciano le riunioni condominiali.
AVS: piccoli numeri, grande pazienza
Chiara Minelli ed Eugenio Torrione possono togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Avevano sollevato la questione, hanno insistito e la giustizia ha dato ragione alla loro iniziativa sul caso Testolin.
Adesso la maggioranza dovrà spiegare perché una vicenda che poteva essere affrontata politicamente sia finita davanti ai giudici.
Certo, si dirà che non è una vittoria politica. È soltanto una sentenza. E il fatto che la sentenza abbia confermato la fondatezza della contestazione? Una spiacevole coincidenza, evidentemente.
Il centrodestra e la scoperta della responsabilità
Fratelli d'Italia parla di sconfitta della politica. La Lega invoca stabilità e riforma elettorale. Forza Italia invita a non cercare vincitori e vinti.
Tre posizioni, un unico obiettivo: spiegare agli elettori che loro, al posto degli altri, avrebbero certamente fatto meglio.
La Lega vorrebbe cambiare le regole del gioco; Fratelli d'Italia non esclude di rimandare tutti al voto; Forza Italia prova a tenere insieme i cocci senza rompere il tavolo.
Un classico della politica: quando la casa traballa, c'è chi propone di rifare le fondamenta, chi di cambiare gli inquilini e chi suggerisce di non parlarne troppo, perché ci sono ospiti.
Il PD e il rispetto delle regole. Meglio tardi che mai?
Il PD-Federalisti Progressisti insiste sulla responsabilità politica e sul rispetto della legge. E ricorda che l'Autonomia si fonda anche sulla capacità di produrre norme e rispettarle.
Un concetto elementare, ma evidentemente non sempre intuitivo: l'Autonomia non significa che le regole valgono meno perché siamo autonomi. Semmai, significa che dobbiamo essere ancora più capaci di applicarle.
Altrimenti il rischio è trasformare la specialità valdostana in una specialità procedurale: prima si approva la legge, poi si discute se applicarla, infine si aspetta che qualcuno in toga risolva la riunione.
La Renaissance e gli Autonomisti di Centro: la stabilità, ma di chi?
Eleonora Baccini pone una domanda scomoda: perché la stabilità è stata fatta coincidere così a lungo con la permanenza di una singola persona?
Marco Carrel, dal canto suo, esprime delusione per una gestione che, a suo giudizio, avrebbe potuto affrontare il problema prima.
Tradotto dal politichese: la stabilità non può essere il nome elegante dato alla difficoltà di cambiare.
E soprattutto non basta cambiare il cartellino sulla porta dell'ufficio per convincere i valdostani che sia cambiato anche il metodo di governo.
Marguerettaz e la squadra che non sbaglia mai
Aurelio Marguerettaz difende l'operato della maggioranza: l'amministrazione ha continuato a lavorare, gli uffici hanno prodotto atti e la nota interpretativa non sarebbe responsabilità esclusiva dell'Union Valdôtaine.
Una difesa legittima. Ma politicamente curiosa: quando arrivano i risultati, la squadra è compatta; quando arriva il problema, la responsabilità diventa improvvisamente collegiale, trasversale, burocratica e, possibilmente, senza indirizzo preciso.
La nota interpretativa, intanto, rischia di diventare il personaggio più famoso della legislatura. Non si candida, non parla in Aula e non chiede assessorati. Eppure riesce a mettere tutti d'accordo su una cosa: nessuno vuole tenerla in braccio troppo a lungo.
Testolin e il pallottoliere delle leggi
Renzo Testolin rivendica diciotto leggi approvate, nove delle quali da maggio in poi, oltre a due norme di attuazione.
I numeri sono numeri e il lavoro amministrativo non si cancella con una sentenza. Ma qui il punto non è fare la classifica delle leggi approvate: è capire perché una questione tanto delicata non sia stata risolta prima.
Perché si può anche essere bravissimi a produrre provvedimenti. Ma se poi ci si ritrova a dover ricostruire il governo per una questione di eleggibilità, il bilancio politico non si chiude con una semplice somma.
Diciotto leggi, due norme di attuazione e una Presidenza da ricostruire: più che un rendiconto, sembra un cruciverba istituzionale. E la definizione orizzontale di «stabilità» resta ancora senza soluzione.
L'elezione diretta: la riforma che divide tutti
Nel frattempo, torna il grande dibattito sul sistema elettorale. C'è chi vuole l'elezione diretta, chi preferisce indicare il candidato Presidente e chi difende il modello della mediazione consiliare.
Tutti vogliono la stabilità. Tutti hanno una ricetta. E nessuno sembra avere fretta di ammettere che, prima di cambiare il sistema, bisognerebbe forse imparare a gestire bene quello che c'è.
Perché la legge elettorale può certamente influire sugli equilibri politici. Ma non è un telecomando universale: non corregge automaticamente gli errori, non sostituisce la responsabilità e non garantisce che una maggioranza sappia decidere.
Il bilancio, gli agricoltori e le mucche non aspettano
E mentre a Palazzo si discute di mandati, pareri e successioni, fuori ci sono agricoltori che aspettano provvedimenti, imprese che chiedono certezze, Comuni che devono programmare e un bilancio regionale da approvare.
E domani?
La politica assicura che la macchina amministrativa non si è fermata. Bene. Ma i cittadini non chiedono soltanto che il motore resti acceso: vogliono sapere dove si va e chi tiene il volante.
La prorogatio non è una vacanza istituzionale. È una fase limitata, con poteri circoscritti e scadenze precise. E i sessanta giorni indicati per ricostituire gli organi di governo non sono un abbonamento stagionale alle trattative.
Alla fine, il Consiglio Valle ha offerto uno spettacolo tutto valdostano: maggioranza che rivendica i risultati, opposizioni che denunciano gli errori, alleati che chiedono cambiamenti e tutti che invocano il bene della Valle d'Aosta.
Il problema è che, quando tutti dichiarano di lavorare per il bene comune, bisogna poi guardare chi prende le decisioni, quali decisioni prende e quanto tempo impiega.
Testolin esce dalla Presidenza, la maggioranza deve ricomporsi, Bertschy resta al centro del confronto politico e la legge elettorale torna sul tavolo. Intanto, l'Autonomia osserva.
E forse, se potesse parlare, direbbe una cosa molto semplice: non serve rivendicare ogni giorno la specialità valdostana se poi si finisce per chiedere ai giudici di ricordare alla politica come funzionano le sue stesse regole.
Perché la vera stabilità non è tenere una poltrona ferma il più a lungo possibile. È dimostrare di saper governare anche quando qualcuno deve alzarsi e lasciarla libera.
E per una volta, a Palazzo, la poltrona ha avuto più stabilità della maggioranza che la occupava.
VELINA ROSSONERA — La satira è libera, le poltrone un po' meno.