Raf cantava «Cosa resterà di questi anni Ottanta», con la malinconia di chi sa che un’epoca si misura da ciò che lascia. La domanda vale anche per il centrodestra valdostano, nato come promessa e ridotto, a un anno dal voto, a un mosaico a cui mancano più tessere di quante ne siano rimaste.
Ricordiamo i fatti. Il 28 settembre 2025, l’Union Valdôtaine ha superato il 31% da sola. I tre partiti del centrodestra, con un programma comune sottoscritto, si sono fermati intorno al 29,5%, con una Lega scesa dal 23,9% del 2020 all’8,3%.
Quindici giorni dopo, ad Aosta, il ballottaggio è stato deciso da appena 15 voti: 6.420 contro 6.405. Una differenza che sta in un condominio e che ha deciso il governo di un capoluogo.
Poi, a risultato acquisito, è arrivato il cambio di scenario. Forza Italia ha sostenuto la rielezione di Renzo Testolin, entrando in una maggioranza della quale non fa più parte il Partito Democratico.
È una scelta legittima e, in una regione caratterizzata da un sistema proporzionale e da una forte vocazione autonomista, nessuno può scandalizzarsi per un accordo di governo. Resta però il fatto che la coalizione presentata agli elettori e quella che governa non coincidono e che gli elettori lo hanno scoperto a urne chiuse.
Oggi, con le Politiche del 2027 all’orizzonte, le indiscrezioni parlano di una Forza Italia pronta a rinunciare al proprio simbolo per sostenere candidati concordati con l’Union. Il partito non conferma né smentisce e sostiene che nulla è deciso.
La Lega appare sempre più defilata dal progetto, Fratelli d’Italia rivendica il ruolo di prima forza del centrodestra e La Renaissance Valdôtaine, che ad Aosta ha sfiorato l’impresa, si ritrova a chiedersi se esista ancora una casa politica in cui stare. Correre da sola o cercare un nuovo approdo è una scelta che prima o poi dovrà fare.
Il punto, però, non è stabilire chi abbia ragione o torto in questa partita. La questione riguarda tutti, a destra come a sinistra: da troppo tempo la politica valdostana discute di alleanze e molto meno di programmi. Si parte dal «con chi» e si arriva, se resta tempo, al «per fare cosa».
Le coalizioni si compongono e si scompongono con una velocità che l’elettore fatica a seguire, mentre i temi che pesano sulla vita dei valdostani restano in attesa di risposte: la sanità e i tempi delle liste d’attesa, la casa, lo spopolamento delle valli, il lavoro per i giovani, il costo dell’energia e i rapporti con Roma sulle competenze dell’autonomia.
Un’alleanza è uno strumento, non un fine. Quando diventa l’unico argomento, il messaggio che arriva a chi vota è che conti più la posizione da occupare che la direzione da prendere. E così l’astensione cresce, perché a casa non si resta necessariamente per disinteresse, ma anche per la sensazione che le scelte vere si facciano altrove e dopo.
C’è poi una questione di rispetto verso chi vota.
Chi ha scelto una lista alle regionali lo ha fatto sulla base di un’identità, di un programma e di una collocazione dichiarata. Quando quest’ultima cambia a metà strada, non è in discussione la libertà dei partiti di trattare, che è sacrosanta, ma il patto di trasparenza con i cittadini.
Dire prima, e con chiarezza, dove si intende stare e perché è l’unica forma di coerenza che la politica può ancora permettersi.
Il centrodestra valdostano ha ancora il tempo di rispondere alla domanda di Raf. Potrebbe farlo presentando agli elettori, prima delle sigle, qualche idea chiara e verificabile su cui costruire poi le alleanze, e non il contrario.
Se non lo farà, di questi anni resteranno forse un risultato elettorale, qualche scranno e un lungo elenco di occasioni mancate.