La delinquenza non ha colore della pelle, né passaporto. E il tricolore non è un certificato di buona condotta.
C'è una verità che una certa politica fatica ad ammettere, perché rischia di mandare in frantumi anni di propaganda costruita sulla paura e sulla comoda divisione del mondo in buoni e cattivi: i delinquenti non hanno una sola nazionalità, non appartengono a una sola etnia e non si riconoscono dal colore della pelle.
Ci sono maranza di origine straniera, certo. Ci sono ragazzi che fanno della prepotenza un'identità, della violenza uno spettacolo da esibire sui social e dell'aggressione alle forze dell'ordine una prova di forza da esibire agli amici. Ci sono giovani che devastano le città, distruggono arredi pubblici, terrorizzano i passanti e trasformano strade e piazze in territori nei quali sembra prevalere la legge del branco.
Ma, sorpresa delle sorprese, ci sono anche italiani. Italianissimi. Ragazzi cresciuti in famiglie italiane, con nomi e cognomi italiani, con il tricolore nel sangue e magari la bandiera nazionale esposta al balcone. Giovani che non hanno bisogno di attraversare il Mediterraneo per imparare a comportarsi da delinquenti.
E allora come la mettiamo, cari professionisti della paura?
Dove lo nascondiamo il problema quando il protagonista della devastazione è un italiano di seconda, terza o quarta generazione, oppure un ragazzo che di generazioni non ne ha proprio da contare perché la sua famiglia vive qui da sempre? Che cosa raccontiamo ai cittadini quando a tirare calci, pugni e oggetti contro un agente in divisa è un giovane nato e cresciuto in Italia, magari figlio di quegli stessi italiani che sventolano il tricolore a ogni manifestazione patriottica?
La realtà è scomoda, ma non cambia per questo: la delinquenza non è un fenomeno etnico. È un problema di comportamenti, educazione, responsabilità, legalità e, quando necessario, repressione.
Matteo Salvini e una parte consistente della destra hanno costruito una narrazione politica nella quale il maranza sembra essere diventato il simbolo universale del degrado importato. Lo straniero come spiegazione pronta all'uso, il migrante come capro espiatorio, l'origine familiare come scorciatoia per individuare il colpevole prima ancora di conoscere i fatti.
È una narrazione politicamente conveniente. Semplifica, divide, alimenta la paura e offre una risposta apparentemente immediata a problemi complessi.
Ma la realtà, quella vera, è molto più ostinata della propaganda.
Se un ragazzo italiano devasta una piazza, aggredisce un poliziotto o partecipa a un pestaggio, non diventa meno pericoloso perché ha il sangue tricolore. E non diventa più colpevole un altro ragazzo soltanto perché i suoi genitori sono nati altrove.
La responsabilità è individuale. La legge deve essere uguale per tutti. Le conseguenze devono dipendere dai fatti commessi, non dalle origini.
Questo non significa negare che esistano problemi di integrazione, sacche di marginalità, modelli culturali incompatibili con il rispetto delle regole o fenomeni di criminalità che richiedono interventi specifici. Significa, semplicemente, non trasformare una parte in un intero e non utilizzare la nazionalità come una sentenza preventiva.
Perché se la destra pretende di presentarsi come il partito della legalità, deve avere il coraggio di applicare il proprio principio anche quando il colpevole è uno dei suoi connazionali, uno che parla italiano, che è nato in Italia e che magari si proclama patriota.
Altrimenti non siamo davanti a una battaglia per la sicurezza. Siamo davanti a una battaglia di propaganda.
E il patriottismo utilizzato per coprire le proprie contraddizioni non è amore per la patria: è soltanto una bandiera agitata per non guardare in faccia la realtà.
C'è qualcosa di particolarmente grottesco nel pretendere che l'origine straniera spieghi ogni comportamento violento, mentre quella italiana venga trattata come una circostanza irrilevante.
Il ragazzo straniero che aggredisce un agente deve rispondere delle sue azioni. Il ragazzo italiano che fa esattamente la stessa cosa deve rispondere delle sue.
Punto.
Nessuna indulgenza per il primo, nessuna attenuante identitaria per il secondo. Nessuna giustificazione sociologica utilizzata per cancellare la responsabilità individuale, ma neppure nessuna generalizzazione razzista spacciata per analisi della sicurezza.
Chi rompe, paga. Chi aggredisce, risponde davanti alla legge. Chi attacca le forze dell'ordine compie un gesto che colpisce non soltanto una persona in divisa, ma l'autorità democratica dello Stato e il diritto dei cittadini a vivere senza paura.
Questo vale per tutti. Italiani e stranieri. Giovani di prima generazione e ragazzi le cui famiglie sono radicate nel Paese da secoli.
E vale anche per chi, dopo aver incendiato la miccia della violenza, pretende di lavarsene le mani quando scopre che il problema non si lascia rinchiudere in una categoria etnica.
La domanda, allora, è inevitabile: vogliamo davvero combattere la delinquenza oppure ci interessa soltanto individuare un nemico comodo?
Perché sono due cose profondamente diverse.
La sicurezza è un diritto fondamentale. Le città devono essere vivibili, le piazze accessibili, i mezzi pubblici sicuri. Gli anziani non devono avere paura di uscire la sera, i commercianti non devono temere di trovare la propria attività devastata, i giovani perbene non devono essere ostaggio di bande che impongono la propria legge.
E gli agenti delle forze dell'ordine devono poter svolgere il proprio lavoro senza diventare bersagli di aggressioni, insulti e violenze.
Su questo non servono ambiguità.
Ma non basta alzare la voce, invocare pene più severe a ogni emergenza o trasformare ogni episodio di cronaca in un comizio elettorale. La repressione è necessaria quando si commettono reati, ma deve accompagnarsi alla certezza della pena, alla prevenzione, all'educazione e alla capacità di intervenire prima che il disagio diventi violenza organizzata.
La responsabilità individuale non esclude quella collettiva delle istituzioni nel prevenire il degrado. E comprendere le cause di un fenomeno non significa giustificare chi delinque.
È proprio qui che si misura la serietà di una classe dirigente: nella capacità di tenere insieme fermezza e intelligenza, legalità e prevenzione, sicurezza e coesione sociale.
Altrimenti si finisce per vendere ai cittadini l'illusione che basti individuare un gruppo da additare per risolvere un problema che attraversa l'intera società.
Le parole pronunciate dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella nei giorni scorsi meritano di essere ascoltate con attenzione, anche da chi preferisce la propaganda all'analisi.
Il 21 ottobre, parlando delle prospettive delle nuove generazioni, il Capo dello Stato ha richiamato le istituzioni e la società a non guardare ai giovani con indifferenza o con una meschina sottovalutazione del loro malessere. Ha chiesto uno sguardo più ampio, capace di affrontare l'insicurezza per il futuro, il timore dell'emarginazione e le difficoltà che attraversano il mondo giovanile.
Il giorno successivo, alla cerimonia di consegna delle Stelle al Merito del Lavoro al Quirinale, Mattarella ha indicato nella coesione sociale un elemento fondamentale della sicurezza, ricordando che ai giovani va data fiducia in modo concreto e che il lavoro, con la sua etica civile, contribuisce a costruire comunità.
Non è un invito a essere indulgenti con chi delinque. Non è un'assoluzione per chi aggredisce le forze dell'ordine. È qualcosa di più impegnativo: la richiesta di non confondere la necessaria fermezza con la rinuncia a comprendere la società nella quale viviamo.
La violenza va contrastata. I responsabili vanno perseguiti. Ma una politica che si limita a cavalcare la paura, senza interrogarsi sulle condizioni che alimentano il disagio e sulla perdita di riferimenti educativi, rischia di inseguire l'emergenza senza risolverla.
Mattarella ricorda che una società coesa è anche una società più sicura. È un messaggio che dovrebbe far riflettere chi immagina di poter costruire la sicurezza dividendo continuamente i cittadini in categorie contrapposte.
La coesione non significa buonismo. Significa costruire le condizioni perché le regole siano rispettate da tutti e perché nessuno possa sentirsi autorizzato a imporre la propria prepotenza agli altri.
E significa anche restituire dignità al lavoro, alla scuola, alla responsabilità personale e alla partecipazione alla vita della comunità.
Eccolo, allora, il punto che dà fastidio: i maranza non sono soltanto quelli evocati dalla propaganda salviniana. Sono anche italiani. Possono avere la pelle bianca, possono provenire da famiglie italiane, possono dichiararsi patrioti e sventolare il tricolore.
Possono perfino appartenere a quell'Italia che si commuove davanti alla bandiera e poi dimentica che il rispetto per il Paese comincia dal rispetto per le persone, per le regole e per le istituzioni.
Il colore della pelle non rende migliori. Il cognome non garantisce l'educazione. La nazionalità non certifica la civiltà. E il tricolore non è un'assicurazione contro la barbarie.
Per questo il titolo non è soltanto una provocazione. È una sfida a una politica che troppo spesso cerca il colpevole nella provenienza anziché nei comportamenti.
Maranza verdi, bianchi e rossi: cambiano le origini, non cambia la gravità di un'aggressione. Cambiano le famiglie, non cambia il diritto di una vittima a ottenere giustizia. Cambiano i colori, non cambia la necessità di difendere le città e chi le abita.
La destra farebbe bene a ricordarselo. E farebbe bene a smetterla di utilizzare la sicurezza come un monopolio ideologico, come se il rispetto della legge fosse una proprietà esclusiva di chi si proclama patriota.
Ma lo stesso vale per chi, a sinistra, dovesse minimizzare le violenze per paura di alimentare la propaganda avversaria: sarebbe un errore altrettanto grave. La solidarietà verso le persone discriminate non può trasformarsi in silenzio davanti ai reati. E la critica al razzismo non deve mai diventare un alibi per tollerare la prepotenza.
La linea di demarcazione è un'altra: da una parte chi rispetta la convivenza civile, dall'altra chi la calpesta.
È lì che bisogna tracciare il confine.
La vera distinzione non è tra italiani e stranieri, tra bianchi e neri, tra chi ha il sangue tricolore e chi proviene da un'altra parte del mondo. È tra chi rispetta la legge e chi la viola.
E se vogliamo davvero difendere l'Italia, cominciamo da qui: senza ipocrisie, senza doppi standard e senza trasformare la bandiera in uno scudo per i delinquenti.
Perché la patria non si difende insultando chi viene da fuori. Si difende costruendo una società nella quale nessuno, italiano o straniero, possa sentirsi autorizzato a vivere al di sopra delle regole.
Il tricolore merita rispetto. Proprio per questo non può diventare il nascondiglio di nessuno.
Maranza verdi, bianchi e rossi
La délinquance n’a ni couleur de peau ni passeport. Et le drapeau tricolore n’est pas un certificat de bonne conduite.
Les violences urbaines, les dégradations et les agressions contre les forces de l’ordre ne sont pas l’apanage des jeunes d’origine étrangère. Parmi ceux qui sèment le désordre, il y a aussi des Italiens de souche, issus de familles italiennes depuis plusieurs générations. La délinquance n’a pas de couleur : elle a des responsables.
C’est une réalité que Matteo Salvini et une partie de la droite préfèrent parfois oublier, tant il est politiquement commode de désigner l’étranger comme principal responsable de l’insécurité. Mais le passeport, le nom de famille ou la couleur de peau ne déterminent ni la moralité ni le respect des lois.
Un jeune Italien qui agresse un policier ou détruit une place publique est tout aussi responsable de ses actes qu’un jeune d’origine étrangère. Le patriotisme ne saurait servir de bouclier aux délinquants, pas plus que les origines étrangères ne doivent devenir une condamnation collective.
La sécurité exige de la fermeté, des sanctions lorsque la loi est violée, mais aussi de la prévention, de l’éducation et une véritable politique en faveur de la jeunesse. Comprendre les causes du malaise social ne signifie pas excuser la violence.
Les appels du président Sergio Mattarella à ne pas considérer les jeunes avec indifférence et à renforcer la cohésion sociale prennent ici tout leur sens. Une société plus juste et plus solidaire est aussi une société plus sûre. La fermeté et la prévention ne s’opposent pas : elles sont complémentaires.
Les « maranza » peuvent être verts, blancs ou rouges : ce ne sont pas leurs origines qui les définissent, mais leurs actes. La véritable frontière ne sépare pas les Italiens des étrangers, mais ceux qui respectent les règles de la vie commune de ceux qui les piétinent.
Défendre l’Italie, ce n’est pas désigner un ennemi en raison de ses origines. C’est garantir que la loi s’applique à tous, sans discrimination ni complaisance.
Le drapeau tricolore mérite le respect. Il ne doit jamais devenir le refuge de ceux qui méprisent les règles de la République.