ATTUALITÀ - 22 ottobre 2026, 12:00

Senza se e senza ma. E la storia?

Dopo i fatti di Milano, Torino e altre città italiane, tutti ripetono che la violenza va condannata. Lo dico anch’io, ma poi apro un libro di storia, e le cose si complicano

Ci sono frasi che stanno bene su tutto. “Senza se e senza ma” è una di queste: la sentiamo nei comunicati dei partiti, nei talk show, nei commenti sotto ogni notizia. Chi la pronuncia non cerca di convincere. Cerca di chiudere la discussione prima ancora di aprirla.

È tornata di moda dopo che a Milano personaggi violenti hanno devastato negozi, aggredito passanti e forze di polizia. Da destra a sinistra, il discorso comincia allo stesso modo: “la violenza va sempre condannata”. Detto questo, ci si sente a posto con la coscienza e al riparo da ogni critica.

Allora faccio come tutti e lo scrivo tra virgolette: “la violenza non è mai giustificata”. Fatto. Ora che ho la coscienza a posto, posso fare quello che di solito dopo la formula non si fa: aprire un libro di storia, o interrogare Internet.

Questi fatti sono unici? Nella storia italiana la violenza era un fatto sconosciuto? Abbiamo dovuto arrivare negli anni 2026 per darr sfogo a una violenza mai conosciuta? Ebbene, no, purtroppo la violenza ha accompagnato tutta la nostra storia.

Il 7 luglio 1960, a Reggio Emilia, cinque operai in sciopero furono uccisi dalla polizia, che prima caricò e poi sparò sui manifestanti che protestavano contro il governo Tambroni.

Nel dicembre 1968, ad Avola, due braccianti in lotta furono uccisi; nel 1969 altri morti a Battipaglia. A Valdagno, durante lo sciopero alla Marzotto, ci furono scontri tra operai e polizia.

A Milano, il 19 novembre 1969, scontri tra polizia e manifestanti, operai e studenti. Quella stagione fu l’autunno caldo e portò allo Statuto dei lavoratori, la legge del 20 maggio 1970.

Sul fronte dei diritti civili, il divorzio fu approvato il 1° dicembre 1970 dopo grandi manifestazioni di massa e confermato dal referendum del 1974. Per l’aborto, le proteste di piazza ebbero come risposta cariche della polizia e arresti, tra cui quello di Emma Bonino nel giugno 1975. La legge 194 arrivò nel 1978.

Non sono vicende uguali, e sarebbe disonesto sostenerlo. In alcuni casi la violenza fu subita da chi manifestava. In altri ci furono scontri veri. Altrove ci fu un conflitto durissimo, fatto di arresti e processi, ma senza sangue. E non sempre i violenti erano in piazza con i cartelli: il 28 maggio 1974, a Brescia, una bomba esplose in piazza della Loggia durante una manifestazione sindacale, con otto morti. La violenza, spesso, era programmata e organizzata da chi non voleva il cambiamento.

Non è una scoperta italiana. Nel 1787, da Parigi, Thomas Jefferson scriveva a un amico, commentando la rivolta di Shays in Massachusetts, che l’albero della libertà va irrigato di tanto in tanto con il sangue di patrioti e tiranni.

Gli storici discutono ancora quanto quella frase fosse una provocazione e quanto una convinzione. Ma l’idea che la libertà abbia un prezzo, e che a volte si paghi con il sangue, è più antica e più diffusa di quanto ci piaccia ammettere.

Pensiamo alle suffragette inglesi. Nel 1913 l’azione del movimento di Emmeline Pankhurst includeva vetrine spaccate, opere d’arte danneggiate e incendi. Furono arrestate, molte condotte in carcere. Poi arrivò la guerra, il movimento sospese la lotta, e nel 1918 le donne sopra i trent’anni ottennero il voto; l’uguaglianza piena arrivò nel 1928. Gli storici si dividono ancora su quanto abbia pesato la militanza e quanto il contributo delle donne durante la guerra. Ma nessuno racconta più quelle donne come delinquenti.

E noi valdostani? Anche la nostra storia ha un prezzo. Il 19 dicembre 1943, a Chivasso, in un convegno clandestino, Émile Chanoux e altri resistenti firmarono la Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine, il testo fondativo del nostro autonomismo. Pochi mesi dopo, il 18 maggio 1944, Chanoux fu arrestato dai nazifascisti e morì sotto tortura. Nel settembre 1945 arrivò il primo statuto di autonomia. Non sarebbe stato possibile senza quel sacrificio, e nessuno oggi chiederebbe a Chanoux di condannare “senza se e senza ma” chi allora scelse di resistere.

Non sto dicendo che chi rompe una vetrina faccia la storia. Non sto dicendo che la violenza sia un metodo da imitare. Al contrario, ribadisco che il concetto di violenza e soprattutto individuale, che sono convinto che il 99% delle persone che manifesta lo faccia con spirito civico, purtroppo la storia insegna che fa piu notizia un atto violento che non una sfilata silenziosa.

Per questo “senza se e senza ma” è una formula comoda e povera. Comoda perché ci evita di pensare. Povera perché mette sullo stesso piano la rottura di una vetrina e lo sparo a un operaio, la rabbia di una piazza e la bomba di chi la piazza vuole spaventarla.

Io condanno la violenza. L’ho scritto, e mi sento a posto. Ma resta una domanda, e la lascio qui, senza risposta. Il lavoro tutelato, il divorzio, l’aborto, il voto alle donne, l’autonomia: siamo davvero sicuri che oggi avremmo questi diritti, se non ci fosse stata anche la violenza?

Vittore Lume-Rezoli