Ci sono viaggi che si misurano in chilometri e altri che, una volta terminati, continuano a camminare dentro di noi. Quello compiuto da don Marian Benchea, parroco di Fontainemore, Issime, Gaby e Lillianes, appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Il suo 'Viaggio nel Paese delle badanti 'nasce da un’idea semplice e, al tempo stesso, profondamente umana: accompagnare un gruppo di fedeli valdostani alla scoperta della Romania, la terra da cui provengono tante donne che, in Italia, assistono i nostri anziani, si prendono cura delle persone fragili e sostengono famiglie che spesso non potrebbero fare a meno del loro lavoro.
Non soltanto una vacanza, dunque, ma un incontro con le radici, la storia, la fede e la vita quotidiana di un Paese che troppo spesso conosciamo attraverso un’unica prospettiva, quella dell’immigrazione e del lavoro domestico.
«Avevo dedicato una settimana a questo viaggio e l’avevo chiamato così: Viaggio nel Paese delle badanti», racconta don Marian. Un titolo volutamente provocatorio, che invita a superare le etichette e a riconoscere, dietro una professione, una storia personale, una famiglia, una cultura e un patrimonio di tradizioni. «Volevamo conoscere il Paese da cui provengono tante persone che incontriamo nella nostra vita quotidiana». È questo il senso più profondo dell’esperienza: trasformare una presenza familiare, spesso data per scontata, in un’occasione di conoscenza reciproca.
Il viaggio comincia sabato 10 ottobre, con don Marian e 13 fedeli, provenienti dalla comunità di Gaby e dal gruppo di persone che frequenta la località durante l’estate. Davanti a loro ci sono circa 1.300 chilometri da percorrere sulle strade del nord e del centro della Romania. Un itinerario che attraversa paesaggi, epoche e sensibilità differenti, in un Paese nel quale la modernità convive ancora con riti antichi, tradizioni contadine e una religiosità profondamente radicata.
«Eravamo pronti a scoprire uno stile di vita e una fede che, in alcuni villaggi, conservano ancora una forza straordinaria», ricorda il sacerdote. «Volevamo incontrare le persone, conoscere le loro usanze, vedere gli abiti tradizionali e capire qualcosa in più di una terra che, per molti di noi, era rimasta fino a quel momento soltanto un nome».
«Ci sono posti nei quali la bellezza ti obbliga a fermarti», osserva don Marian. «Non puoi limitarti a guardare. Devi concederti il tempo di ascoltare quello che quel luogo racconta». È una disposizione d’animo che accompagnerà il gruppo per tutta la settimana: rallentare, osservare, lasciarsi sorprendere.
La vita si organizza ancora intorno alla casa, alla stalla, al fienile e agli animali. In alcuni cortili si incontrano una vacca, cavalli, maiali e pollame; i carretti di legno restano strumenti di lavoro, non semplici testimonianze folkloristiche. È un mondo che si rivela poco alla volta, senza bisogno di grandi spiegazioni.
«A un certo punto abbiamo sentito il rumore degli zoccoli e ci siamo voltati», racconta il sacerdote. «Stava arrivando un carretto di legno, trainato da due cavalli. A bordo c’erano un giovane contadino, una donna con il capo coperto da un fazzoletto fiorito, un bambino e un anziano. Tutti cercavano di reggersi mentre le ruote saltavano sul fondo sconnesso della strada».
È difficile non pensare, davanti a queste scene, alle donne romene che lavorano nelle nostre vallate. Molte hanno lasciato proprio questi villaggi per raggiungere l’Italia, spesso affrontando lunghi periodi lontano dai figli e dai genitori, con l’obiettivo di garantire un futuro migliore alla propria famiglia. In Valle d’Aosta, come in tante altre regioni italiane, il loro lavoro è diventato una componente essenziale dell’assistenza agli anziani e alle persone non autosufficienti.
Il viaggio di don Marian invita a rovesciare per un momento la prospettiva: non guardare soltanto chi arriva, ma provare a conoscere il luogo da cui parte. Dietro ogni donna che assiste un anziano c’è una storia che non comincia nel momento in cui entra in una casa italiana. Ci sono un’infanzia, una comunità, una lingua, una fede, legami familiari e sacrifici che continuano anche a distanza.
«Quando conosci il Paese di una persona, cominci a comprenderla in modo diverso», è il messaggio che emerge dal racconto del sacerdote. «Capisci che non è soltanto qualcuno che viene qui per lavorare. È una persona che porta con sé una storia, una cultura e degli affetti. E che, per poter essere accanto alle nostre famiglie, spesso ha dovuto allontanarsi dalla propria».
Nel Maramureș anche le chiese raccontano una storia di resistenza. Gli edifici sacri in legno, costruiti con travi di quercia e giunzioni accuratissime, testimoniano una tradizione architettonica straordinaria. Alcune di queste costruzioni sono state riconosciute dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. I campanili svettano sopra i villaggi, i tetti sono ricoperti di scandole e le decorazioni interne conservano affreschi che intrecciano la tradizione bizantina con sensibilità popolari.
Sono chiese nate da una storia complessa, segnata anche da limitazioni imposte alle comunità ortodosse. Eppure, attraverso il legno, le pitture e il lavoro paziente degli artigiani, la fede è riuscita a lasciare un segno destinato a durare.
Il gruppo si ferma anche a Bârsana, dove il complesso monastico dedicato ai Santi Apostoli si distingue per le sue costruzioni lignee, i vialetti fioriti e i gerani che decorano gli edifici. La grande torre, alta quasi 60 metri, sembra unire la precisione del lavoro umano alla verticalità della preghiera.
«Mi ha colpito il modo in cui la fede si intreccia con la vita di ogni giorno», racconta don Marian. «Non è qualcosa di separato dalle case, dai campi o dalle famiglie. È dentro il paesaggio, dentro le abitudini, dentro il modo in cui le persone custodiscono quello che hanno ricevuto dalle generazioni precedenti».
È una riflessione che assume un significato particolare per una comunità come quella valdostana, abituata a riconoscere nelle proprie parrocchie, nelle cappelle e nelle feste patronali una parte importante della propria identità. Le montagne cambiano, le lingue sono diverse, ma il bisogno di appartenere a una comunità e di trasmettere una tradizione presenta sorprendenti somiglianze.
A Vișeu de Sus il viaggio prende invece il ritmo lento di una locomotiva a vapore. Il piccolo treno che percorre la valle del fiume Vaser si inoltra tra foreste e montagne, lungo una ferrovia a scartamento ridotto legata alla storia del lavoro forestale. Il fumo si alza tra gli alberi, il convoglio avanza con lentezza e le fermate interrompono continuamente il tragitto.
Attorno, villaggi poveri, case di legno e strade fangose compongono un paesaggio che sembra appartenere a un altro tempo. «In alcuni momenti avevamo l’impressione di essere finiti dentro un film sul Far West», ricorda don Marian. «Soltanto che eravamo nell’Est europeo, in un angolo di continente nel quale la vita conserva ancora ritmi molto diversi da quelli a cui siamo abituati».
La tappa successiva è Breb, villaggio rurale nel quale il principe Carlo d’Inghilterra, oggi re, ha acquistato e restaurato alcune proprietà, contribuendo a richiamare l’attenzione internazionale sul valore di questo patrimonio. Ma il fascino del luogo non dipende dai nomi illustri: sta soprattutto nelle fattorie, nelle strade sterrate e nella capacità di conservare un equilibrio fra ambiente, architettura e attività agricole.
Poi arriva il Cimitero Allegro di Săpânța, uno dei luoghi più sorprendenti del viaggio. Le croci dipinte con colori vivaci e le iscrizioni ironiche raccontano la vita dei defunti senza nascondere debolezze, difetti e vicende familiari. La morte, qui, non è cancellata né trasformata in un argomento proibito: viene affrontata attraverso una mescolanza di dolore, memoria e umorismo.
«È un luogo che ti fa sorridere, ma subito dopo ti costringe a riflettere», osserva il sacerdote. «Ti accorgi che anche il modo di ricordare chi non c’è più racconta molto di una comunità. C’è il dolore della perdita, ma c’è anche il desiderio di ricordare una persona per quello che è stata davvero, con i suoi pregi e i suoi difetti».
Il sorriso, tuttavia, lascia presto spazio al silenzio. A Sighet, il gruppo visita il Memoriale delle vittime del comunismo, ricavato nell’antico carcere nel quale furono imprigionati oppositori politici, esponenti religiosi, militari e intellettuali dopo l’instaurazione del regime comunista. Fra le pareti di questo edificio, la storia nazionale si trasforma in una sequenza di vite spezzate, privazioni e sofferenze.
Il percorso riporta alla memoria la repressione che colpì la Romania nel dopoguerra, quando il potere politico cercò di cancellare ogni forma di opposizione e di sottomettere anche le istituzioni religiose. Una tragedia che non riguarda soltanto il passato: interroga ancora oggi il valore della libertà, della coscienza e della possibilità di dissentire.
Nel memoriale una frase evangelica accompagna il visitatore: «La verità vi farà liberi».
Don Marian si sofferma sul significato di queste parole. «La libertà non è qualcosa che possiamo considerare scontato. Ci sono stati uomini e donne che hanno sofferto, e in alcuni casi hanno perso la vita, perché non volevano rinunciare alle proprie convinzioni. Visitare questi luoghi significa ricordare che la dignità umana deve essere difesa sempre, soprattutto quando il potere pretende di decidere anche quello che una persona può pensare o credere».
Il racconto del viaggio si allarga così oltre la dimensione religiosa. La Romania che il gruppo sta conoscendo è anche un Paese segnato dalle fratture del Novecento, dalle persecuzioni e dalle difficoltà di una trasformazione politica ed economica che ha inciso profondamente sulle famiglie. Conoscere queste ferite significa comprendere meglio le ragioni per cui tanti cittadini hanno cercato altrove lavoro e opportunità, senza per questo recidere il legame con la propria terra.
Dopo il Maramureș, il gruppo percorre circa 260 chilometri per raggiungere Sighișoara, nel cuore della Transilvania. La città medievale, riconosciuta dall’Unesco, conserva torri, bastioni, strade acciottolate e piazzette che sembrano sospese nel tempo. Fondata dai Sassoni nel Medioevo, raggiunse il suo splendore nel XV secolo e conserva ancora parte delle torri difensive originarie.
È anche la città associata a Vlad Țepeș, il principe di Valacchia che ha contribuito a ispirare la figura letteraria di Dracula. Ma, al di là del richiamo turistico, ciò che colpisce è la stratificazione delle culture: rumena, sassone e ungherese, in un territorio nel quale lingue e tradizioni si sono incontrate e talvolta scontrate per secoli.
«La Romania è molto più di quello che immaginiamo da lontano», sottolinea don Marian. «È un Paese con una storia complessa, con città bellissime, con tradizioni diverse e con persone che hanno attraversato periodi molto difficili. Per conoscerlo bisogna avere la pazienza di guardare oltre le prime impressioni».
Il viaggio prosegue verso Miercurea Ciuc, nella Transilvania orientale, una cittadina di circa 38.000 abitanti, circondata da montagne e foreste. Qui la presenza della comunità ungherese degli Székely caratterizza la vita culturale e linguistica del territorio. Il castello di Mikó, costruito nel XVII secolo e oggi sede di un museo, racconta una storia di potere e di invasioni, mentre il santuario francescano di Șumuleu Ciuc rappresenta uno dei più importanti centri di devozione cattolica della regione.
Il santuario è legato a un grande pellegrinaggio che si svolge ogni anno a Pentecoste e richiama decine di migliaia di fedeli. Al centro della venerazione c’è una statua lignea della Vergine Maria, considerata miracolosa e custodita all’interno della chiesa.
Anche papa Francesco visitò questo luogo durante il viaggio apostolico in Romania del 2019, incontrando una comunità nella quale la fede rappresenta un elemento profondo dell’identità collettiva. Per don Marian, la visita ha un significato che va oltre la semplice tappa turistica.
«Quando entri in un santuario capisci quanto la preghiera possa unire persone che arrivano da luoghi diversi», racconta. «La fede non elimina le differenze, ma può diventare un punto d’incontro. E questo, in un mondo nel quale troppo spesso si costruiscono muri, è un messaggio importante».
A Miercurea Ciuc c’è anche un incontro che restituisce al viaggio la sua dimensione più concreta e sociale. Il gruppo si ferma per il pranzo nella struttura legata alla Caritas e al progetto sociale della Famiglia Kolping, intitolata a Jakab Antal, che aveva accolto papa Francesco durante la visita del 2019.
«Ci hanno accolto con una tenerezza e un sorriso che difficilmente dimenticheremo», racconta don Marian. «Volevamo essere presenti anche per ringraziarli. Con il nostro pranzo e con la nostra offerta desideravamo dare un piccolo contributo a un progetto che mette al centro le persone, soprattutto quelle che hanno avuto meno opportunità».
È uno dei passaggi più significativi dell’intero itinerario. Dopo aver incontrato le tradizioni rurali, la bellezza dei monasteri e le ferite della storia, il gruppo si trova davanti a una forma di solidarietà quotidiana, fatta di accoglienza, formazione e attenzione ai più fragili. Una realtà che parla anche alla Valle d’Aosta, dove il valore delle comunità si misura non soltanto nella capacità di conservare le proprie tradizioni, ma anche nella disponibilità ad accompagnare chi rischia di rimanere ai margini.
L’ultima parte del viaggio conduce verso Bacău, nella Moldavia romena, dove il gruppo prende l’aereo per rientrare in Italia. Restano le immagini dei carri di legno, delle chiese costruite senza viti né collanti, dei boschi attraversati dal treno a vapore, delle strade medievali e dei volti incontrati lungo il cammino. Ma soprattutto resta una domanda, che dà senso al titolo scelto da don Marian: quanto conosciamo davvero le persone che vivono accanto a noi?
«Questo viaggio ci ha permesso di vedere un Paese bellissimo, ma soprattutto di incontrare una parte della vita delle persone che spesso conosciamo soltanto attraverso il loro lavoro», è il bilancio che emerge dal suo racconto. «Quando torni a casa, non guardi più nello stesso modo chi arriva da quella terra. Hai visto i suoi villaggi, hai visitato le sue chiese, hai ascoltato la sua storia. E capisci che dietro ogni persona c’è un mondo».
Nel congedarsi dalla Romania, il sacerdote riprende idealmente le parole pronunciate da papa Francesco nel 2019, durante la sua visita apostolica: «Questo veramente è un bel Paese».
Una frase semplice, ma che dopo una settimana di incontri acquista un significato più profondo. La bellezza non è soltanto nei paesaggi o nei monumenti: è nelle persone che custodiscono le proprie radici, nei giovani che cercano un futuro, nelle comunità che non rinunciano alla solidarietà e in chi, per amore della propria famiglia, affronta la fatica di partire.
Per la Valle d’Aosta, il viaggio di don Marian Benchea lascia un messaggio che riguarda direttamente la convivenza e il futuro delle nostre comunità. Le donne romene che assistono i nostri anziani non sono soltanto una risposta alla crisi dell’assistenza familiare, all’invecchiamento della popolazione e alle difficoltà di conciliare lavoro e cura. Sono persone che partecipano alla vita delle nostre case, che sostengono un sistema sociale spesso fragile e che portano con sé un patrimonio culturale che merita rispetto e conoscenza.
È forse questo il risultato più importante del Viaggio nel Paese delle badanti: aver trasformato una settimana di visite in un’occasione per guardare più lontano. Perché conoscere la terra da cui proviene una persona significa riconoscerne più pienamente la dignità. E perché una comunità, valdostana o romena che sia, resta davvero viva quando sa custodire la propria identità senza chiudersi agli altri.
Il viaggio finisce a Bacău. La conoscenza, invece, comincia quando si torna a casa e si impara a guardare con occhi nuovi chi ci vive accanto.
Don Marian Benchea, parroco di Fontainemore, Issime, Gaby e Lillianes.