Quando ripensiamo alla storia ci vengono in mente figure titaniche: generali, rivoluzionari, statisti, visionari. Gente che ha agito, deciso, rischiato, costruito o distrutto. Eppure, a ben guardare, uno dei nomi che più hanno pesato sull’Occidente non appartiene a nessuno di questi. Appartiene a un uomo che passò il momento decisivo della sua vita a cercare un modo per non decidere.
Si chiamava Ponzio Pilato.
Non era un mostro, ed è proprio questo che inquieta. Era il prefetto della Giudea, una provincia scomoda, lontana da Roma e difficile da tenere in pace. Un uomo di potere, un burocrate che sapeva quanto fosse fragile la sua poltrona, quanto pesasse la pressione della piazza, quanto costasse un gesto troppo coraggioso. Conosceva il mestiere: evitare grane, tenere buoni i notabili locali, non dare a Roma motivo di ripensarci.
Davanti a Gesù, raccontano i Vangeli, non trovò colpe. Lo disse. Ma dirlo non bastava: bisognava anche difenderlo. Così cominciò la solita danza di chi vuole restare pulito: rinviò, cercò scappatoie, propose lo scambio con Barabba nella speranza che la folla gli togliesse il problema dalle mani. Quando la folla chiese altro, Pilato fece i conti. Da una parte, un innocente senza protettori; dall’altra, una piazza in tumulto e una carriera da salvare. Il conto, come quasi sempre, tornò a favore del più rumoroso.
Fu allora, secondo Matteo, che chiese dell’acqua e si lavò le mani davanti a tutti, dichiarandosi innocente del sangue di quell’uomo. Il sipario perfetto: l’uomo che ordina un’esecuzione e intanto recita la parte dell’estraneo.
Perché questo è il punto che la memoria collettiva tende a smussare. Pilato non si astenne affatto. Fu lui, in quanto prefetto, a pronunciare la sentenza e a ordinare la crocifissione, come ricordano anche le fonti romane, Tacito compreso. La sua non fu neutralità: fu una decisione presa fingendo di non prenderla. E il suo nome è rimasto inchiodato a quella morte per sempre: ancora oggi, nel Credo, compare accanto alla Passione, come un cognome che nessuna acqua ha mai potuto cancellare.
L’ingiustizia ha bisogno di complici.
Provate a immaginare un prefetto diverso, uno che avesse detto: «Quest’uomo non ha colpa. Io lo difendo». Non possiamo sapere come sarebbe andata: la storia non si rifà con i se. Ma sappiamo una cosa che vale per ogni epoca: le grandi ingiustizie raramente hanno bisogno di carnefici entusiasti. Bastano tanti Pilato. Quelli che vedono, capiscono e decidono che la faccenda non è di loro competenza.
Il guaio dell’indifferenza è che si traveste benissimo. Si chiama prudenza, equilibrio, rispetto dei ruoli. Si dice: «Non voglio schierarmi», «non è il momento», «ci sono questioni più complesse». Suona ragionevole, quasi adulto. Ma non scegliere significa comunque scegliere: significa consegnare il destino di tutti nelle mani di chi sceglie senza esitare, che spesso è il più forte, il più violento, il più rumoroso.
Per questo Pilato non è un reperto da museo. Viviamo in un tempo che corre, si polarizza, si infiamma, in cui da una parte si grida e dall’altra si sparisce. Ci sono quelli che occupano ogni spazio di parola e quelli che si ritirano in un silenzio comodo, convinti di essere al riparo. Sono la stessa scena, vista da due lati. Il rumore dei primi funziona solo grazie all’assenza dei secondi.
Dante, per quelli così, ebbe parole definitive: li chiamò ignavi, anime che vissero «sanza infamia e sanza lodo», rifiutate perfino dall’Inferno perché nemmeno il male sapeva che farsene. Pilato nel canto non compare: il verso del «gran rifiuto» la tradizione lo lega a Celestino V, ma la figura è la sua: l’uomo che attraversa la storia senza mai volerla attraversare.
Ed è questo, alla fine, il paradosso più amaro. Nessun condottiero ha lasciato un segno più ostinato di chi cercò con tutte le forze di non lasciarne. Il suo nome si pronuncia ogni domenica in milioni di chiese, e la ragione è una sola: credette che lavarsi le mani bastasse.
Non bastò allora. Non basta oggi.