La paura delle differenze, la tentazione di dividere le società in gruppi contrapposti e la ricerca di risposte semplici a fenomeni complessi sono al centro del dibattito contemporaneo sulle migrazioni. In un clima europeo nel quale il tema dell’identità è spesso utilizzato come terreno di scontro politico, il Festival dell’Accoglienza propone due occasioni di confronto che guardano oltre gli slogan, mettendo in relazione la storia del Medio Oriente con le trasformazioni sociali del presente. L’obiettivo è interrogarsi su come costruire comunità capaci di riconoscere le differenze senza trasformarle in barriere, e su quale ruolo possano svolgere la cultura, la conoscenza e le politiche di inclusione.
Il primo appuntamento è in programma lunedì 19 ottobre, alle 17.30, nella sala conferenze del Polo del Novecento, in corso Valdocco 4/a, a Torino. Il titolo dell’incontro, «Chi ha paura delle identità multiple? Da Damasco all’Europa, una risposta alle ricette populiste della separazione», riassume il filo conduttore di una riflessione che parte dall’esperienza storica di una delle città più antiche e stratificate del Medio Oriente per arrivare alle tensioni che attraversano oggi le società europee.
A confrontarsi saranno Jacques Mourad, arcivescovo siro-cattolico di Homs, e Lorenzo Trombetta, giornalista, scrittore e docente di Storia dei paesi arabo-islamici all’Università di Roma Tor Vergata, autore di diverse pubblicazioni, tra cui Damasco. Crocevia millenario nello spazio euro-asiatico. Parteciperà al dialogo anche il mediatore culturale Hanna Khoury. A moderare l’incontro sarà Marcella Filippa, direttrice dell’Associazione Vera Nocentini.
La testimonianza di Mourad porta con sé il peso di una vicenda personale segnata dalla violenza jihadista: nel 2015 l’arcivescovo fu rapito dall’Isis e rimase prigioniero per cinque mesi. La sua esperienza si inserisce in una storia più ampia, quella di comunità religiose e culturali che per generazioni hanno condiviso spazi, tradizioni e relazioni, ma che negli anni dei conflitti sono state esposte alla persecuzione, alla fuga e alla frammentazione.
Il confronto prenderà le mosse proprio da Damasco, città nella quale, per secoli, appartenenze religiose, linguistiche e culturali si sono intrecciate, dando vita a equilibri complessi e spesso precari. Una storia che non va idealizzata, perché segnata anche da gerarchie, conflitti e rapporti di potere, ma che offre strumenti utili per comprendere quanto siano riduttive le rappresentazioni delle società come realtà omogenee, divise in identità impermeabili.
La riflessione toccherà anche il modo in cui il potere può alimentare le contrapposizioni, presentandosi successivamente come arbitro delle divisioni che contribuisce a creare. Un meccanismo che non riguarda soltanto il Medio Oriente, ma che può essere osservato, con modalità e contesti differenti, anche nelle democrazie europee, quando le differenze diventano strumenti di mobilitazione politica e la complessità viene sacrificata a narrazioni basate sull’esclusione.
In questo scenario si colloca il dibattito sulle cosiddette politiche di «remigrazione», espressione utilizzata in diversi ambienti politici per sostenere il ritorno forzato o l’allontanamento di persone considerate estranee alla comunità nazionale. Il confronto proposto dal Festival invita a interrogarsi sui presupposti di queste ricette e sull’idea di una società culturalmente pura, difficilmente conciliabile con la storia delle migrazioni e con le molteplici appartenenze che caratterizzano le comunità contemporanee.
La lezione che si può ricavare dalla lunga vicenda di Damasco non consiste nel negare le differenze, né nel sottovalutare le difficoltà dell’integrazione. Si tratta, piuttosto, di riconoscere che la convivenza richiede regole condivise, responsabilità reciproche e istituzioni capaci di trasformare la pluralità in partecipazione alla vita comune. Una prospettiva che sposta la questione dall’alternativa tra assimilazione ed esclusione alla possibilità di costruire una cittadinanza nella quale le differenze non diventino automaticamente motivo di separazione.
Il secondo appuntamento del Festival è previsto per mercoledì 21 ottobre, dalle 9 alle 12, all’Auditorium Operti della Parrocchia Gesù Redentore, in piazza Giovanni XXIII 26/b, a Torino. Al centro dell’incontro ci sarà la presentazione del XXXV Rapporto Immigrazione Caritas-Migrantes, intitolato Confini e frontiere, un’occasione per mettere a confronto dati, analisi e prospettive sulle trasformazioni dei fenomeni migratori e sulle politiche di inclusione.
Il rapporto offrirà lo spunto per approfondire il significato dei confini non soltanto come linee geografiche e strumenti di controllo, ma anche come realtà sociali e culturali che possono condizionare l’accesso ai diritti, le opportunità di partecipazione e i percorsi di integrazione. L’attenzione si concentrerà inoltre sulle periferie, intese sia come territori sia come spazi di marginalità, nei quali le difficoltà economiche e sociali possono intrecciarsi con la fragilità delle relazioni e con la percezione di insicurezza.
La presentazione si aprirà con gli interventi di monsignor Marco Brunetti, vescovo di Alba e delegato per gli ambiti Caritas e Salute della Conferenza episcopale del Piemonte e della Valle d’Aosta, e di monsignor Pierpaolo Felicolo, direttore generale della Fondazione Migrantes. Seguiranno l’illustrazione dei contenuti del rapporto affidata a Simone Varisco e Manuela De Marco, quindi l’intervento di Gabriel Seroussi, autore del libro La periferia vi guarda con odio. Come nasce la fobia dei maranza, dedicato al tema «Come superare confini, frontiere, periferie?».
A concludere i lavori sarà monsignor Marco Prastaro, vescovo di Asti e delegato per la Pastorale Migranti della Conferenza episcopale del Piemonte e della Valle d’Aosta.
I due incontri affrontano la stessa questione da prospettive differenti. Il primo utilizza la storia e le vicende del Medio Oriente per mettere in discussione l’idea che le identità debbano necessariamente escludersi a vicenda; il secondo richiama l’attenzione sui dati e sulle condizioni concrete che accompagnano le migrazioni, dai confini alle periferie urbane. In entrambi i casi, la sfida è evitare che il confronto pubblico si riduca a una contrapposizione tra accoglienza e rifiuto, senza affrontare le cause delle difficoltà e le responsabilità delle istituzioni.
In un’Europa chiamata a confrontarsi con cambiamenti demografici, disuguaglianze e tensioni identitarie, la conoscenza dei fenomeni e la qualità delle politiche pubbliche diventano elementi essenziali per superare semplificazioni e pregiudizi. Il Festival dell’Accoglienza propone così una riflessione che non si limita a difendere il valore della diversità, ma invita a considerare la convivenza come un processo concreto, fatto di diritti, doveri, relazioni e scelte collettive. Perché la pluralità, da sola, non garantisce una società più giusta: sono le condizioni nelle quali viene riconosciuta e governata a determinare se diventerà una risorsa condivisa oppure un nuovo terreno di divisione.