Quando una statistica ci colloca in cima a una classifica, scatta quasi sempre lo stesso copione. Chi governa minimizza, chi sta all’opposizione alza la voce e ciascuno accusa l’altro di usare i numeri come una clava. Sarebbe un peccato, perché la questione merita di meglio.
I fatti, anzitutto. Nel 2025 le denunce in Valle d’Aosta sono cresciute di circa il 15%, l’aumento più marcato d’Italia secondo l’indagine del Sole 24 Ore sui dati del Viminale. Nello stesso anno, nel resto del Paese, i reati denunciati sono invece diminuiti. Eppure la nostra regione resta, per livello complessivo di criminalità, a metà classifica. Come dire che il dato è reale, ma va maneggiato con misura.
Una crescita da leggere con prudenza. Il 2024 era stato un anno di calo e il 2025 ha in parte recuperato terreno. Rispetto al 2023, l’aumento è più contenuto di quanto suggerisca il titolo. Inoltre, in una comunità piccola come la nostra, poche decine di casi in più bastano a spostare le percentuali in modo vistoso. Nessuna di queste considerazioni cancella il problema, ma tutte ricordano che un numero isolato non è una sentenza.
Dentro le cifre si leggono due storie diverse. La prima è quella dei reati predatori, con furti ed estorsioni in testa, spesso commessi in strada e sempre più da giovanissimi: è l’allarme lanciato dalla stessa Procura.
La seconda è meno rumorosa e più scomoda. Tra i reati che hanno pesato sull’aumento figurano le violenze sessuali, le percosse, i maltrattamenti e lo stalking: forme di violenza che nascono dentro le relazioni e le case.
I dati nazionali dell’Istat aiutano a capire di che cosa parliamo. La maggior parte degli stupri è opera di partner o ex partner e la grande maggioranza delle donne che chiedono aiuto ai centri antiviolenza subisce violenza in famiglia o all’interno della coppia. Solo una piccola parte di chi la subisce, inoltre, denuncia.
Per la Valle d’Aosta non esiste una scomposizione altrettanto dettagliata, e sarebbe scorretto attribuire alla nostra regione cifre che appartengono al Paese. Il quadro generale, però, è chiaro e non dovrebbe lasciarci indifferenti.
Più violenza o più coraggio? È la domanda onesta da porsi. Il sindaco di Aosta ha osservato che episodi un tempo taciuti oggi emergono e che questo è un bene. La Procura, negli anni scorsi, aveva avvertito che più fascicoli non significano necessariamente più casi: la crescita può dipendere da un aumento delle denunce, favorito dalle campagne di sensibilizzazione e dalla maggiore fiducia nelle istituzioni.
Se così fosse, il numero in salita non misurerebbe un peggioramento, ma un’emersione. Resta il fatto, tutt’altro che rassicurante, che ciò che emerge racconta una sofferenza diffusa e finora nascosta.
Ed eccoci al punto. Nessuna amministrazione, di qualunque colore, può essere ritenuta responsabile di ciò che accade dentro le mura domestiche. Una telecamera in piazza serve contro un furto, non contro una violenza che si consuma in cucina. E nessuna opposizione, per quanto vigile, può essere accusata di soffiare sul fuoco quando chiede conto di numeri che esistono davvero.
Controlli, videosorveglianza e presenza sul territorio hanno la loro utilità e il loro posto, ma i dati suggeriscono che non bastano.
Qui servono altri strumenti, e più pazienti: un lavoro costante nelle scuole, un sostegno concreto ai centri antiviolenza, servizi sociali in grado di intercettare il disagio prima che diventi reato e una giustizia rapida nel proteggere chi denuncia.
Sono responsabilità che attraversano la politica, certo, ma chiamano in causa anche la società civile, la scuola, la magistratura e le famiglie stesse.
Per questo i numeri vanno letti senza il prisma dell’appartenenza. Non per assolvere né per condannare, ma per capire dove intervenire. Sapere che il pericolo più grande può trovarsi dove ci si sente più al sicuro è il modo migliore per non farsi cogliere impreparati.
Resta un ultimo avvertimento, ed è rivolto a pochi, per fortuna. Esiste una politica che non vuole risolvere la paura, perché la paura rende. Vive di ogni fatto di cronaca come di un raccolto, lo rilancia sui social in fretta e senza verifiche e lo trasforma in odio, in sospetto verso chi ha un altro colore della pelle o un’altra provenienza.
Lo fa perché un cittadino spaventato e solo è più facile da convincere di uno informato. Ma i numeri smentiscono questa propaganda: la violenza, nella gran parte dei casi, ha il volto di chi si conosce, non quello dello sconosciuto in fondo alla strada.
Chi cavalca la sofferenza altrui per un pugno di consensi non difende nessuno: toglie attenzione a chi è davvero in pericolo e la sposta su un nemico comodo.
La sicurezza si costruisce con servizi, scuola, giustizia e rispetto. L’odio, al massimo, fa guadagnare qualche like.
Dati: Procura di Aosta (bilanci sociali), Il Sole 24 Ore su dati del Ministero dell’Interno, Istat, report del Viminale sulla violenza di genere.