ATTUALITÀ ECONOMIA - 07 ottobre 2026, 16:35

Sanità, il rapporto GIMBE lancia l’allarme. E in Valle d’Aosta l’autonomia sanitaria diventa una sfida

Il 9° Rapporto della Fondazione GIMBE fotografa un Servizio sanitario nazionale sempre più condizionato dal reddito e dal luogo di residenza. Tra sottofinanziamento, carenza di personale e liste d’attesa, anche per la Valle d’Aosta si apre una riflessione sul significato concreto dell’autonomia

Nino Cartabellotta, pres. Fondazione Gimbe

Il diritto alla salute rischia di diventare sempre meno uguale per tutti. Non sulla carta, dove resta un principio costituzionale, ma nella vita quotidiana. È questa la fotografia, tutt'altro che rassicurante, contenuta nel 9° Rapporto della Fondazione GIMBE sul Servizio sanitario nazionale, presentato il 7 ottobre a Roma.

La denuncia di GIMBE è netta: il Servizio sanitario nazionale continua a garantire risultati importanti, a partire dall'elevata aspettativa di vita degli italiani, ma sta progressivamente perdendo la capacità di assicurare cure tempestive e uniformi. A determinare l'accesso alle prestazioni sono sempre più spesso due fattori: quanto si guadagna e dove si risiede.

Una questione che riguarda direttamente anche la Valle d'Aosta, dove la dimensione territoriale, la particolare conformazione geografica, la distribuzione della popolazione e la necessità di garantire servizi anche nelle aree più periferiche rendono il tema dell'organizzazione sanitaria particolarmente delicato.

Uno dei dati più significativi del rapporto riguarda il finanziamento del SSN. Tra il 2023 e il 2026 il Fondo sanitario nazionale è cresciuto nominalmente di 17,5 miliardi di euro, arrivando a 142,9 miliardi.

Ma, secondo GIMBE, il dato nominale rischia di essere fuorviante.

Se il rapporto tra Fondo sanitario e PIL fosse rimasto nel periodo 2023-2026 allo stesso livello del 2022, il Servizio sanitario avrebbe avuto a disposizione 18,8 miliardi di euro in più.

Sono quelli che GIMBE definisce i “tagli invisibili”: non risorse sottratte formalmente al SSN, ma risorse che non sono state destinate alla sanità nonostante l'aumento della ricchezza nazionale.

Il problema è ancora più evidente guardando al lungo periodo. Dal 2010 al 2026 il finanziamento nominale è aumentato di 37,5 miliardi, ma, una volta considerata l'inflazione, il livello reale del finanziamento è sostanzialmente tornato a quello di sedici anni fa.

Nel frattempo, però, la popolazione è invecchiata e sono aumentati sia i bisogni assistenziali sia i costi delle nuove tecnologie e dei farmaci.

La partita più delicata, tuttavia, riguarda gli anni che stanno arrivando.

Secondo GIMBE, sulla base delle previsioni contenute nel Documento programmatico di finanza pubblica 2026, nel triennio 2027-2029 si potrebbe creare un divario complessivo di 32,3 miliardi di euro tra finanziamento disponibile e previsione di spesa sanitaria.

Il gap sarebbe di 7,6 miliardi nel 2027, 10,7 miliardi nel 2028 e 14 miliardi nel 2029.

Se non arriveranno nuove risorse, il problema finirà inevitabilmente sui territori.

E qui entra in gioco anche l'autonomia regionale.

Le Regioni si troveranno davanti a un bivio tutt'altro che semplice: reperire maggiori risorse attraverso la fiscalità oppure comprimere l'offerta dei servizi. In entrambi i casi, il rischio è che una parte crescente del costo della sanità venga trasferita sui cittadini.

Per una Regione autonoma come la Valle d'Aosta, la questione assume quindi una valenza particolare. L'autonomia non può essere misurata soltanto dalla quantità di competenze esercitate, ma anche dalla capacità di garantire servizi adeguati alle caratteristiche del territorio.

È forse questo il dato più preoccupante dell'intero rapporto.

Nel 2024 5,8 milioni di italiani, pari al 9,9% della popolazione, hanno rinunciato ad almeno una visita o a un esame.

Circa quattro milioni lo hanno fatto a causa dei tempi d'attesa, mentre 3,1 milioni hanno indicato motivazioni economiche.

Le due condizioni possono naturalmente sovrapporsi.

Il risultato è una sanità a più velocità: chi dispone di risorse economiche può rivolgersi al privato e ridurre i tempi; chi non può permetterselo è costretto ad attendere oppure a rinunciare.

Nel 2025 le famiglie italiane hanno sostenuto direttamente 42,4 miliardi di euro di spesa sanitaria.

Non è quindi casuale la crescita del ricorso alle assicurazioni e alla sanità integrativa. Secondo GIMBE, la spesa per le assicurazioni sanitarie volontarie è salita nel 2025 a 5,29 miliardi, con un incremento del 12,7%.

Il rischio è la nascita di un vero e proprio “secondo binario” della sanità.

Non ci sono soltanto i soldi.

Il SSN deve fare i conti con una crisi sempre più evidente del personale.

GIMBE calcola in 36,8 miliardi di euro la differenza cumulativa di spesa per il personale rispetto a quanto sarebbe stato investito tra il 2012 e il 2025 se fosse rimasta invariata l'incidenza del personale sulla spesa sanitaria pubblica.

Il dato più significativo è però quello sulla capacità di attrarre professionisti.

L'Italia ha un numero elevato di medici rispetto alla media OCSE: 5,8 ogni mille abitanti contro una media di 4. Ma oltre un medico su quattro, tra quelli censiti, non lavora nel SSN né frequenta un percorso di formazione post-laurea.

Ancora più evidente il problema degli infermieri: 6,9 ogni mille abitanti contro i 9,7 della media OCSE.

E soltanto 1,2 infermieri per ogni medico, contro una media OCSE di 2,4.

È un problema che riguarda anche la capacità delle Regioni di organizzare servizi efficienti. Non basta quindi aumentare i posti nelle facoltà di Medicina o nei corsi sanitari: occorre rendere il servizio pubblico abbastanza attrattivo da convincere i professionisti a rimanervi.

È proprio qui che il rapporto GIMBE può diventare uno strumento utile anche per il dibattito valdostano.

La Valle d'Aosta dispone di una condizione istituzionale particolare. L'autonomia offre strumenti che altre Regioni non hanno, ma comporta anche una maggiore responsabilità politica nel garantire i servizi.

La domanda da porsi non dovrebbe essere semplicemente se la sanità valdostana disponga di più o meno risorse rispetto ad altre realtà.

La domanda dovrebbe essere un'altra: le risorse disponibili sono sufficienti a garantire ai valdostani un accesso alle cure effettivamente uniforme, tempestivo e di qualità?

E ancora: quanto pesa la mobilità sanitaria verso altre Regioni? Quali sono le specialità nelle quali la Valle è maggiormente dipendente dall'esterno? Dove si concentrano le liste d'attesa? Qual è la situazione del personale? Quanto costa garantire servizi sanitari in un territorio montano e con una popolazione distribuita in maniera particolare?

Sono domande che una politica autonomista dovrebbe affrontare senza timori.

Perché l'autonomia sanitaria non può significare semplicemente gestire localmente le difficoltà del sistema nazionale. Deve significare avere la possibilità di costruire un modello coerente con le caratteristiche della Valle d'Aosta e, soprattutto, verificare se quel modello funziona.

Il rapporto GIMBE contiene infine una riflessione che dovrebbe interessare anche il mondo autonomista.

La sanità pubblica non è soltanto una voce di bilancio. È uno dei principali strumenti attraverso i quali lo Stato rende concreto il principio di uguaglianza.

Se il luogo di residenza determina la velocità con cui si riceve una prestazione e il reddito determina la possibilità di saltare una lista d'attesa, il principio universalistico viene progressivamente svuotato.

La Valle d'Aosta, proprio per la sua autonomia, può essere un laboratorio interessante: dimostrare che un territorio piccolo, se dispone degli strumenti e delle risorse adeguate, può organizzare una sanità più vicina ai cittadini e capace di rispondere alle specificità locali.

Ma per farlo servono dati, programmazione, personale e soprattutto una precisa assunzione di responsabilità politica.

Il 9° Rapporto GIMBE ci consegna dunque una domanda che non riguarda soltanto Roma: quale sanità vogliamo garantire ai cittadini valdostani nei prossimi dieci anni?

Perché l'autonomia, alla fine, si misura anche così: non dal numero delle competenze scritte negli statuti, ma dalla capacità di trasformarle in diritti concretamente esigibili.

E tra questi, il diritto alla salute è probabilmente il più importante.

pi.mi.