Una storia di Resistenza, ma anche una storia di ricerca, di memoria e di affetti familiari. È quella di Angiolino Primela Miero, giovane contadino di Foresto di Bussoleno, alla quale Federico Jahier dedica il libro Le scarpe di Angiolino: una storia di Resistenza. Il volume sarà presentato il 2 ottobre alle 17.30, alla Biblioteca di Avigliana, nell'ambito della rassegna "Giornata educante per la comunità".
Angiolino appartiene a una famiglia contadina della Val Susa. Ancora giovanissimo sceglie di aderire alla Resistenza, dopo aver strappato la lettera che gli avrebbe imposto di entrare nell'esercito della Repubblica di Salò. Una decisione che lo espone immediatamente al pericolo e che coinvolge, inevitabilmente, anche la sua famiglia.
Il 22 giugno 1944 Angiolino si reca a Mattie per procurare del burro al gruppo partigiano che lo riconosce come capo. Durante il percorso decide di fare una deviazione per salutare la madre, Vittoria. È un momento che precede di poco la sua cattura: viene arrestato dai nazifascisti e da quel momento le sue tracce diventano difficili da seguire.
La sorella Angiolina non si rassegna. Lo cerca con una dedizione ostinata, percorrendo anche lunghi tratti in bicicletta. Angiolino viene torturato all'Albergo Nazionale, sede torinese della Gestapo, e successivamente detenuto alle Nuove di Torino. Intorno al carcere, come accadeva a tante famiglie di uomini arrestati e scomparsi, si raccolgono mogli, madri, sorelle e fidanzate in attesa di qualche notizia.
Angiolina riesce a far arrivare al fratello un paio di scarpe. Le ha rattoppate il padre, Mario, perché possano essergli utili. Saranno proprio quelle scarpe, a distanza di tempo, a contribuire alla ricostruzione della sua identità.
Per la famiglia, intanto, arrivano soltanto voci e informazioni contraddittorie. Si dice che Angiolino sia stato trasferito in un lager. La verità è un'altra: viene ucciso il 5 agosto 1944 nella piazza di Villar Pellice e sepolto senza che la sua identità venga resa nota.
Per la famiglia comincia allora una lunga ricerca, fatta di attese, depistaggi, silenzi e testimonianze. Una ricerca che, per certi aspetti, ricorda quella compiuta molti anni dopo dalle famiglie dei desaparecidos dell'America Latina. Dopo due anni Angiolino viene finalmente identificato grazie alle testimonianze e a quei particolari che permettono di ricostruire la sua storia, comprese le scarpe riparate dal padre.
La ricostruzione restituisce anche la drammaticità degli ultimi momenti. Angiolino ha le gambe rotte: non si è rassegnato alla fucilazione e ha tentato di fuggire. Con lui viene ucciso Willy Jervis, partigiano valdese e ingegnere alla Olivetti, riconosciuto attraverso la Bibbia che portava con sé. Le altre tre vittime di quella esecuzione rimangono invece ancora oggi senza nome.
Con Le scarpe di Angiolino, Federico Jahier, scrittore e ricercatore, riporta alla luce una vicenda rimasta a lungo sommersa. Lo fa senza toni enfatici, ma con uno stile limpido e partecipato, ricco di dialoghi e attraversato da una dimensione di umanità e di speranza. Al centro non c'è soltanto la storia di un giovane partigiano, ma anche quella di una famiglia che per anni non ha smesso di cercare, fino a quando un paio di scarpe rattoppate con amore ha contribuito a restituire un nome e una storia a chi era stato cancellato dalla memoria.