Le compagnie ci hanno mostrato come si fa. Ora tocca ai consumatori guidare la rivolta
Ieri, primo giorno del tetto ai prezzi Eni, le code ai distributori hanno fatto il giro dei notiziari. Benzina a 1,99 euro al litro e gasolio a 2,19, per almeno trenta giorni.
Automobilisti in fila come per un saldo, lo sguardo sul cruscotto e la mente sul conto in banca. Si dice che sia una buona notizia, e lo è. Ma è soprattutto la prova di una cosa che avevamo dimenticato: quando i cittadini si muovono insieme, il mercato li sente.
Per anni il meccanismo è stato sotto gli occhi di tutti: il rialzo alla pompa arriva in poche ore, il ribasso col contagocce e nessuna compagnia muove il prezzo per prima, perché sa che le altre non la seguirebbero. È la logica antica delle «sette sorelle», il nome con cui Enrico Mattei, fondatore dell'Eni, battezzò i colossi che si spartivano il petrolio del mondo. Oggi le sorelle sono meno e più grandi, ma il riflesso è lo stesso: nessuno rompe le righe.
Poi qualcuno le rompe. Dopo Eni, anche IP annuncia un tetto e il governo chiede ai petrolieri di seguire l'esempio. Le altre compagnie, interpellate, mantengono il massimo riserbo. È il silenzio di chi non sa che pesci pigliare. Dai gestori, intanto, arriva l'accusa di concorrenza sleale. Ma quando una mossa al ribasso viene chiamata «sleale», vuol dire che ha colpito un equilibrio che faceva comodo a molti. Ne basta una, di mossa fuori dal coro, per farlo tremare. Immaginate con milioni.
Qui sta il punto che nessuno sottolinea. Sono state le compagnie stesse a darci la lezione. Ci hanno mostrato che il prezzo non è una legge di natura, ma una scelta; che un tetto si può mettere; che il margine si può comprimere.
E che, per difendere i propri interessi, ci si unisce: l'associazione di categoria delle compagnie rappresenta 89 aziende ed è nata nel 1948. Loro fanno fronte comune da quasi ottant'anni. Noi, in coda, uno per uno.
Se il prezzo si muove quando qualcuno rompe il fronte, allora al cittadino resta uno strumento semplice: scegliere chi premiare. Una sola insegna, per un tempo definito, dichiarata in pubblico. Chi vuole i nostri clienti deve guadagnarseli. Chi resta fermo vedrà svuotarsi i propri piazzali mentre si riempiono quelli del rivale, e i suoi gestori telefoneranno alla direzione, non a noi.
Nel luglio 2002, le associazioni dei consumatori invitarono gli automobilisti a disertare le pompe Api, Tamoil e Fina. Nel giro di 24 ore dall'annuncio, Fina abbassò i prezzi consigliati, di appena tre millesimi di euro. Pochissimo, certo. Ma bastò l'annuncio, senza che nessuno avesse ancora saltato un pieno. Se una minaccia così timida ha smosso un marchio, che cosa farebbe una mobilitazione seria, unitaria, con una data e una regola?
Qui la responsabilità è tutta loro. Oggi le associazioni applaudono il tetto Eni, Adoc sollecita le altre compagnie ad adottare un calmiere e invoca una riforma organica del mercato energetico. Ma un appello non spaventa nessuno. E anche l'applauso ha il suo prezzo: perfino l'Unione Nazionale Consumatori, che con Dona riconosce l'iniziativa come lodevole, ammette che i prezzi scendono molto poco.
Le associazioni sono tante, ognuna con il suo comunicato e il suo logo, mentre i petrolieri parlano con una sola sigla. Devono fare quello che le compagnie fanno da sempre: allearsi.
E poi c'è l'elefante nella stazione di servizio. Le compagnie sono solo una parte della storia. Secondo dati Mase rielaborati da Assoutenti, la componente fiscale, tra Iva e accise, pesa circa il 60% sul prezzo della benzina e il 56,9% su quello del gasolio: su un litro di benzina, più di un euro è tassa. Sempre Assoutenti ricorda che questo porta i listini italiani tra i più cari d'Europa.
C'è di più. Quando il petrolio sale e il carburante rincara, aumenta automaticamente anche l'Iva incassata dallo Stato, perché si calcola su un prezzo più alto. Ogni rincaro che ci strozza gonfia quindi anche le casse pubbliche. Per questo esiste da anni lo strumento delle accise mobili, previsto da una legge del 2007 e modificato nel 2023, che dovrebbe restituire ai cittadini questo extragettito.
Eppure il taglio sul gasolio è stato riassorbito a piccoli passi: dai 17 centesimi iniziali si è scesi a 12,2 e poi a 6,1, con il risultato di far risalire il prezzo alla pompa proprio mentre le code si allungavano.
Ecco perché il fronte delle associazioni deve avere due obiettivi, non uno.
Verso lo Stato, una richiesta chiara e documentata: rivedere le accise, applicare davvero il meccanismo che restituisce l'extragettito, dire con numeri pubblici quanto incassa il Fisco a ogni rincaro. Si può capire che lo Stato non rinunci volentieri a un'entrata, e nessuno chiede l'abolizione dall'oggi al domani. Ma un Paese che chiede ai petrolieri di comprimere i margini deve poter chiedere allo Stato di fare lo stesso.
Le due pressioni si rafforzano. Un'associazione che porta in piazza milioni di automobilisti organizzati ha la forza per bussare al ministero. E un governo che deve rispondere ai cittadini ha meno alibi per lasciare il cerino in mano ai petrolieri.
Ogni giorno, con il volante, decidiamo a chi dare i nostri soldi. Finora l'abbiamo fatto in ordine sparso, ed è su questo che contano compagnie e Fisco. Le code di stamattina dicono che i cittadini, quando hanno un motivo, si muovono.
Manca una cosa sola: qualcuno che li guidi.
Le associazioni dei consumatori hanno il nome, la credibilità e la storia per farlo. Se si uniscono, il potere in questa storia scopre di essere stato, da sempre, dalla parte di chi compra.