Chez Nous - 23 settembre 2026, 08:00

Européens, haut la voix !

Europeisti, su la voce!

C’è una cosa che colpisce, ascoltando il dibattito politico europeo e nazionale: le campane dei sovranisti suonano sempre più forte, mentre quelle degli europeisti sembrano essersi fermate. Giorno dopo giorno sentiamo ripetere che Bruxelles è lontana, che l’Europa invade le competenze degli Stati, che i confini nazionali devono tornare a essere il luogo naturale nel quale rinchiudere la politica, che l’Unione è troppo burocratica, troppo costosa, troppo debole o, a seconda delle convenienze, troppo forte. Le critiche all’Europa sono legittime e molte delle questioni sollevate meritano risposte serie. Quello che invece preoccupa è il silenzio, o almeno la timidezza, di chi continua a credere che l’idea europea rappresenti una delle grandi intuizioni politiche della nostra storia contemporanea. Perché quando una parte smette di parlare, l’altra finisce per occupare tutto lo spazio. E allora è arrivato il momento di dirlo con chiarezza: Europeisti, su la voce!

Su la voce non per difendere acriticamente l’Europa che abbiamo, perché l’Unione europea ha certamente bisogno di essere cambiata, resa più democratica, più comprensibile, più vicina ai cittadini e più capace di decidere sulle grandi questioni che nessuno Stato, da solo, è ormai in grado di affrontare efficacemente. Su la voce perché l’alternativa al progetto europeo non può essere raccontata semplicemente come un rassicurante ritorno al passato, come se bastasse rialzare i ponti levatoi e rinchiudersi dentro i confini nazionali per ritrovare sovranità, sicurezza e prosperità. Il mondo è cambiato e continuare a pensare che ogni problema possa essere affrontato separatamente da ciascun Paese significa spesso ignorare la dimensione reale delle sfide che abbiamo davanti. Il punto, allora, non è scegliere tra un’Europa perfetta che non esiste e un sovranismo presentato come soluzione a tutto. Il punto è decidere se vogliamo un’Europa migliore o se vogliamo rinunciare all’idea stessa di costruire insieme una parte del nostro futuro.

Ed è proprio qui che la Valle d’Aosta dovrebbe avere qualcosa da dire. Anzi, dovrebbe dirlo a squarciagola. Una regione autonoma, alpina, di confine, con una propria identità linguistica e culturale, non dovrebbe guardare all’Europa soltanto come a un luogo dal quale arrivano norme, direttive e finanziamenti. Dovrebbe rivendicare una concezione diversa dell’integrazione europea: un’Europa dei popoli, delle regioni, delle comunità e delle minoranze. Una concezione nella quale gli Stati non siano l’unico interlocutore possibile e nella quale la dimensione territoriale, culturale e linguistica abbia finalmente un peso politico reale. La Valle d’Aosta, con la sua storia e la sua autonomia, può essere una delle realtà che meglio rappresentano questa idea: quella secondo cui essere europei non significa rinunciare alla propria identità, ma avere la possibilità di viverla pienamente dentro una comunità più grande.

È una questione che riguarda da vicino anche il senso stesso dell’autonomia valdostana. Per troppo tempo abbiamo rischiato di raccontare l’autonomia soltanto come una particolare distribuzione di competenze tra lo Stato e la Regione. Ma l’autonomia è molto di più: è il riconoscimento di una comunità, della sua storia, della sua cultura, della sua lingua e della sua capacità di governare una parte significativa del proprio destino. Se questo principio vale all’interno degli Stati, perché non dovrebbe valere anche nella costruzione europea? Perché l’Europa dovrebbe essere soltanto l’Europa degli Stati e non anche l’Europa delle comunità che gli Stati compongono? La risposta a questa domanda riguarda direttamente la Valle d’Aosta, perché una piccola regione come la nostra ha tutto l’interesse a sostenere un modello europeo nel quale la dimensione regionale non venga considerata un livello amministrativo secondario, ma una componente essenziale della democrazia europea.

Dobbiamo quindi avere il coraggio di parlare di Europa delle minoranze. Non di minoranze da proteggere con paternalismo, quasi fossero un reperto del passato, ma di comunità che hanno diritto a essere protagoniste del futuro. La Valle d’Aosta non deve chiedere all’Europa una concessione, né presentarsi come una realtà da salvaguardare perché piccola o particolare. Deve invece sostenere che proprio la pluralità delle identità rappresenta una delle grandi ricchezze del continente. L’Europa non dovrebbe avere paura delle differenze: dovrebbe farne la propria forza. Non abbiamo bisogno di un’Europa nella quale tutti siano uguali per sentirsi europei; abbiamo bisogno di un’Europa nella quale lingue, culture, tradizioni e identità diverse possano convivere senza che nessuna debba essere sacrificata sull’altare dell’omologazione.

Il paradosso è che proprio mentre gli anti-europeisti hanno imparato a parlare un linguaggio semplice, diretto e spesso molto efficace, gli europeisti sembrano essersi rifugiati troppo spesso nel linguaggio delle istituzioni. E questo è un errore politico e culturale. Non basta dire che l’Europa ha garantito decenni di pace, che ha creato opportunità economiche, che ha abbattuto frontiere e costruito una straordinaria libertà di movimento. Bisogna tornare a spiegare perché tutto questo conta e, soprattutto, bisogna avere il coraggio di dire quale Europa vogliamo costruire domani. Perché l’europeismo non può ridursi alla difesa dello status quo. Se l’Europa deve essere più democratica, più vicina ai territori e più rispettosa delle identità, allora bisogna dirlo con forza. Se deve essere una federazione di popoli e comunità capace di affrontare insieme ciò che da soli non possiamo più governare, bisogna avere il coraggio di sostenerlo senza complessi.

La Valle d’Aosta, in questo dibattito, non dovrebbe stare sulla porta ad aspettare di capire da che parte tira il vento. Dovrebbe stare dentro la discussione, con la forza della propria esperienza autonomistica. Dovrebbe dire che esiste una strada diversa tanto dal centralismo statale quanto dal sovranismo esasperato: quella di una Europa costruita dal basso, nella quale il principio di sussidiarietà diventi una realtà concreta e non una parola da utilizzare nei documenti ufficiali. Un’Europa nella quale le decisioni vengano prese al livello più vicino possibile ai cittadini quando possono essere prese lì, mentre ciò che richiede una dimensione continentale venga affrontato insieme. È una concezione che dovrebbe essere quasi naturale per una comunità autonomista come quella valdostana.

E allora forse il problema non è che in Europa manchino gli europeisti. Il problema è che troppo spesso non li sentiamo. Sono tanti quelli che considerano l’appartenenza europea parte della propria identità, che non vogliono tornare alle frontiere del passato, che pensano che cooperare sia più utile che dividersi e che vedono nella diversità del continente una ricchezza e non una minaccia. Ma questa maggioranza silenziosa rischia di diventare politicamente irrilevante se non trova il coraggio di trasformare le proprie convinzioni in una voce pubblica. Nel frattempo le campane dei sovranisti continuano a suonare, e suonano sempre più forte.

Per questo dalla Valle d’Aosta dovrebbe partire un messaggio semplice ma ambizioso: l’Europa non deve avere meno Valle d’Aosta, deve avere più Valle d’Aosta. Più autonomia, più territori, più comunità, più rispetto per le minoranze linguistiche e culturali. Un’Europa capace di riconoscere che la propria forza non sta nell’uniformare ciò che è diverso, ma nel mettere insieme ciò che è diverso. Un’Europa che sappia essere abbastanza grande per affrontare le grandi sfide e abbastanza vicina per ascoltare una piccola comunità alpina. Un’Europa che non chieda alla Valle d’Aosta di scegliere tra la propria identità e l’identità europea, perché le due cose possono e devono convivere.

Le campane dei sovranisti continueranno a suonare. È legittimo che suonino e che pongano domande alle quali l’Europa deve rispondere. Ma non possiamo accettare che siano le uniche a farsi sentire. Anche gli europeisti devono uscire dal silenzio, abbandonare il timore di apparire fuori moda e tornare a parlare di futuro. E noi, dalla Valle d’Aosta, dovremmo farlo con una voce ancora più forte: non per chiedere un’Europa che ci assorba, ma per costruire un’Europa che ci riconosca; non per difendere un’Europa immobile, ma per cambiarla; non per cancellare le identità, ma per farle vivere insieme.

Europeisti, dunque, su la voce. E che dalla Valle d’Aosta si senta forte quella di un’Europa dei popoli, delle regioni e delle minoranze. Perché un’Europa che non ascolta le sue comunità più piccole rischia di perdere proprio ciò che la rende diversa dal resto del mondo: la capacità di essere unita senza smettere di essere plurale.

Europeisti, su la voce!

Il y a quelque chose qui frappe lorsqu’on écoute le débat politique européen et national : les cloches des souverainistes sonnent de plus en plus fort, tandis que celles des Européens semblent s’être arrêtées. Jour après jour, on entend répéter que Bruxelles est trop éloignée, que l’Europe empiète sur les compétences des États, que les frontières nationales doivent redevenir le lieu naturel où enfermer la politique, que l’Union est trop bureaucratique, trop coûteuse, trop faible ou, selon les circonstances, trop puissante. Les critiques adressées à l’Europe sont légitimes et nombre des questions soulevées méritent des réponses sérieuses. Ce qui est préoccupant, en revanche, c’est le silence, ou du moins la timidité, de ceux qui continuent à croire que l’idée européenne représente l’une des grandes intuitions politiques de notre histoire contemporaine. Car lorsqu’une partie cesse de parler, l’autre finit inévitablement par occuper tout l’espace. Il est donc temps de le dire clairement : Européens, haut la voix !

Haut la voix, non pas pour défendre aveuglément l’Europe telle qu’elle est aujourd’hui, car l’Union européenne a certainement besoin d’être réformée, rendue plus démocratique, plus compréhensible, plus proche des citoyens et plus capable de décider sur les grandes questions que plus aucun État ne peut désormais affronter efficacement seul. Haut la voix parce que l’alternative au projet européen ne peut pas être présentée simplement comme un rassurant retour au passé, comme s’il suffisait de relever les ponts-levis et de se refermer derrière les frontières nationales pour retrouver souveraineté, sécurité et prospérité. Le monde a changé et continuer à penser que chaque problème peut être affronté séparément par chaque pays revient souvent à ignorer la véritable dimension des défis qui nous attendent. La question n’est donc pas de choisir entre une Europe parfaite, qui n’existe pas, et un souverainisme présenté comme la solution à tout. La question est de savoir si nous voulons une Europe meilleure ou si nous voulons renoncer à l’idée même de construire ensemble une partie de notre avenir.

Et c’est précisément ici que la Vallée d’Aoste devrait avoir quelque chose à dire. Mieux encore : elle devrait le dire à pleine voix. Une région autonome, alpine, frontalière, avec sa propre identité linguistique et culturelle, ne devrait pas regarder l’Europe uniquement comme un lieu d’où viennent des normes, des directives et des financements. Elle devrait revendiquer une conception différente de l’intégration européenne : une Europe des peuples, des régions, des communautés et des minorités. Une conception dans laquelle les États ne seraient pas les seuls interlocuteurs possibles et dans laquelle la dimension territoriale, culturelle et linguistique aurait enfin un véritable poids politique. La Vallée d’Aoste, avec son histoire et son autonomie, peut être l’une des réalités qui représentent le mieux cette idée : celle selon laquelle être européen ne signifie pas renoncer à sa propre identité, mais avoir la possibilité de la vivre pleinement au sein d’une communauté plus vaste.

C’est une question qui touche directement au sens même de l’autonomie valdôtaine. Pendant trop longtemps, nous avons risqué de raconter l’autonomie uniquement comme une répartition particulière des compétences entre l’État et la Région. Mais l’autonomie est bien davantage : elle est la reconnaissance d’une communauté, de son histoire, de sa culture, de sa langue et de sa capacité à gouverner une partie importante de son propre destin. Si ce principe vaut à l’intérieur des États, pourquoi ne devrait-il pas également s’appliquer à la construction européenne ? Pourquoi l’Europe devrait-elle être uniquement l’Europe des États et non aussi l’Europe des communautés qui composent ces États ? La réponse à cette question concerne directement la Vallée d’Aoste, car une petite région comme la nôtre a tout intérêt à soutenir un modèle européen dans lequel la dimension régionale ne soit pas considérée comme un niveau administratif secondaire, mais comme une composante essentielle de la démocratie européenne.

Nous devons donc avoir le courage de parler d’une Europe des minorités. Non pas de minorités qu’il faudrait protéger avec paternalisme, comme si elles étaient des vestiges du passé, mais de communautés qui ont le droit d’être actrices de leur avenir. La Vallée d’Aoste ne doit pas demander à l’Europe une faveur, ni se présenter comme une réalité qu’il faudrait préserver parce qu’elle est petite ou particulière. Elle doit au contraire affirmer que la pluralité des identités constitue l’une des grandes richesses du continent. L’Europe ne devrait pas avoir peur des différences : elle devrait en faire sa force. Nous n’avons pas besoin d’une Europe dans laquelle tout le monde serait identique pour se sentir européen ; nous avons besoin d’une Europe dans laquelle des langues, des cultures, des traditions et des identités différentes puissent coexister sans qu’aucune d’entre elles ne doive être sacrifiée sur l’autel de l’uniformisation.

Le paradoxe est que, précisément au moment où les anti-européens ont appris à parler un langage simple, direct et souvent très efficace, les Européens semblent trop souvent s’être réfugiés dans le langage des institutions. Et c’est une erreur politique et culturelle. Il ne suffit pas de dire que l’Europe a garanti des décennies de paix, qu’elle a créé des opportunités économiques, qu’elle a supprimé des frontières et construit une extraordinaire liberté de circulation. Il faut recommencer à expliquer pourquoi tout cela compte et, surtout, il faut avoir le courage de dire quelle Europe nous voulons construire demain. Car l’européisme ne peut pas se réduire à la défense du statu quo. Si l’Europe doit être plus démocratique, plus proche des territoires et plus respectueuse des identités, alors il faut le dire avec force. Si elle doit être une fédération de peuples et de communautés capable d’affronter ensemble ce que nous ne pouvons plus gouverner seuls, il faut avoir le courage de le défendre sans complexes.

La Vallée d’Aoste, dans ce débat, ne devrait pas rester sur le seuil à attendre de voir de quel côté souffle le vent. Elle devrait prendre part à la discussion, forte de son expérience autonomiste. Elle devrait dire qu’il existe une autre voie, aussi bien face au centralisme étatique qu’au souverainisme exacerbé : celle d’une Europe construite par le bas, dans laquelle le principe de subsidiarité devienne une réalité concrète et non un mot utilisé dans les documents officiels. Une Europe dans laquelle les décisions soient prises au niveau le plus proche possible des citoyens lorsqu’elles peuvent l’être à ce niveau, tandis que ce qui exige une dimension continentale soit affronté ensemble. C’est une conception qui devrait être presque naturelle pour une communauté autonomiste comme celle de la Vallée d’Aoste.

Et peut-être alors le problème n’est-il pas que l’Europe manque d’Européens. Le problème est que, trop souvent, nous ne les entendons pas. Ils sont nombreux à considérer l’appartenance européenne comme une partie de leur identité, à ne pas vouloir revenir aux frontières du passé, à penser que coopérer est plus utile que se diviser et à voir dans la diversité du continent une richesse plutôt qu’une menace. Mais cette majorité silencieuse risque de devenir politiquement insignifiante si elle ne trouve pas le courage de transformer ses convictions en une voix publique. Pendant ce temps, les cloches des souverainistes continuent de sonner, et elles sonnent toujours plus fort.

C’est pourquoi la Vallée d’Aoste devrait porter un message simple mais ambitieux : l’Europe ne doit pas avoir moins de Vallée d’Aoste, elle doit avoir davantage de Vallée d’Aoste. Davantage d’autonomie, davantage de territoires, davantage de communautés, davantage de respect pour les minorités linguistiques et culturelles. Une Europe capable de reconnaître que sa force ne réside pas dans l’uniformisation de ce qui est différent, mais dans la capacité à unir ce qui est différent. Une Europe suffisamment grande pour relever les grands défis et suffisamment proche pour écouter une petite communauté alpine. Une Europe qui ne demande pas à la Vallée d’Aoste de choisir entre sa propre identité et l’identité européenne, parce que les deux peuvent et doivent coexister.

Les cloches des souverainistes continueront de sonner. Il est légitime qu’elles sonnent et qu’elles posent des questions auxquelles l’Europe doit répondre. Mais nous ne pouvons pas accepter qu’elles soient les seules à se faire entendre. Les Européens doivent eux aussi sortir du silence, abandonner la crainte de paraître démodés et recommencer à parler d’avenir. Et nous, depuis la Vallée d’Aoste, devrions le faire d’une voix encore plus forte : non pas pour demander une Europe qui nous absorbe, mais pour construire une Europe qui nous reconnaisse ; non pas pour défendre une Europe immobile, mais pour la transformer ; non pas pour effacer les identités, mais pour les faire vivre ensemble.

Européens, donc, haut la voix. Et que, depuis la Vallée d’Aoste, se fasse entendre avec force la voix d’une Europe des peuples, des régions et des minorités. Car une Europe qui n’écoute pas ses plus petites communautés risque de perdre précisément ce qui la rend différente du reste du monde : la capacité d’être unie sans cesser d’être plurielle.

piero.minuzzo@gmail.com