Chez Nous - 21 settembre 2026, 08:00

Peur, fraternité, accueil

Paura, fraternità, accoglienza

Ci sono parole che sembrano appartenere a mondi diversi e che invece, quando la politica torna a interrogarsi sul futuro della società, finiscono inevitabilmente per incontrarsi: paura, sicurezza, fraternità, accoglienza.

È questo, in fondo, il filo che attraversa il Festival dell'Accoglienza 2026, una manifestazione che anche quest'anno ha scelto di portare il tema dell'accoglienza fuori dagli slogan e dentro le grandi questioni della società contemporanea.

E non è casuale che il Festival abbia aperto il suo percorso con Il Cantico delle creature di San Francesco, nell'ottavo centenario della sua morte. Un testo che parla di relazione, di fratellanza, di uno sguardo sul mondo capace di riconoscere ciò che unisce prima ancora di ciò che divide.

È una scelta che contiene già una domanda politica: come guardiamo l'altro?

Perché oggi, troppo spesso, lo guardiamo attraverso la lente della paura.

Il Festival dell'Accoglienza prova invece a cambiare quella lente. E lo fa mettendo insieme cultura, società, migrazioni, diritti, fragilità e sicurezza. Non per negare i problemi, ma per provare a guardarli nella loro complessità.

È un esercizio di cui la politica avrebbe bisogno.

Perché parlare di accoglienza significa inevitabilmente parlare anche di paura.

Paura dello straniero, paura del cambiamento, paura di perdere sicurezza economica e sociale. Ma anche paura di perdere il lavoro, di non riuscire a pagare un affitto, di non trovare una risposta quando ci si ammala, di vedere indeboliti i servizi pubblici.

Sono paure diverse, ma tutte reali.

E proprio per questo non possono essere liquidate.

Ma non possono nemmeno diventare una scorciatoia politica.

È il senso dell'appuntamento con Franco Gabrielli e Chiara Saraceno, che il 21 settembre al Campus Einaudi affrontano il rapporto tra sicurezza percepita e sicurezza effettiva, fragilità sociali, diritti e fiducia nelle istituzioni. È probabilmente uno dei passaggi più politici del Festival, perché porta il tema dell'accoglienza dentro una domanda più grande: che cosa significa davvero sentirsi sicuri?

La domanda non è secondaria.

Perché proprio la sicurezza sarà uno dei grandi terreni del confronto politico dei prossimi mesi.

E qui bisogna essere chiari.

Accoglienza non significa assenza di regole. Ma respingimento non significa automaticamente sicurezza.

Una comunità ha il diritto e il dovere di stabilire regole, controllare il territorio, contrastare la criminalità, governare i flussi migratori. Ma tutto questo non obbliga a considerare l'accoglienza come l'opposto della sicurezza.

Anzi.

Il punto politico del Festival è proprio questo: provare a sottrarre l'accoglienza alla logica dell'emergenza e dell'emozione per riportarla dentro quella della responsabilità.

Perché respingere non è accogliere.

Può sembrare una frase ovvia, ma in una stagione politica nella quale le parole vengono continuamente sovrapposte, forse è necessario tornare alle definizioni più semplici.

Se una persona fugge da una guerra, dalla persecuzione, dalla povertà o cerca semplicemente una possibilità di vita migliore, la politica può discutere di come governare quel fenomeno, di quali debbano essere le regole, di come distribuire responsabilità e costi.

Ma non dovrebbe trasformare quella persona nella rappresentazione delle nostre paure.

Perché una cosa è governare l'immigrazione.

Un'altra è governare la paura attraverso l'immigrazione.

Sono due cose profondamente diverse.

Ed è proprio questa distinzione che il Festival dell'Accoglienza invita a fare.

La paura esiste. Sarebbe sbagliato negarla.

Ma proprio perché è reale, non può essere utilizzata come una scorciatoia.

Non possiamo dire a chi ha paura che la sua paura è stupida.

Possiamo però dirgli che la risposta alla paura non è necessariamente il respingimento.

Non è detto che un confine più duro produca una società più sicura.

Non è detto che lasciare una persona senza accoglienza, senza un percorso, senza una possibilità di integrazione renda più sicuro il luogo nel quale quella persona vive.

Una politica che rinuncia all'accoglienza rischia, al contrario, di produrre più marginalità, più separazione e meno fiducia.

L'accoglienza, allora, non è soltanto una scelta morale.

È anche una scelta di politica pubblica.

Accogliere significa mettere una persona nelle condizioni di diventare parte della comunità. Significa lingua, casa, scuola, lavoro, diritti ma anche doveri. Significa pretendere rispetto delle regole e, contemporaneamente, offrire la possibilità concreta di rispettarle.

Anche questo è sicurezza.

Il Festival dell'Accoglienza ci ricorda proprio che non esiste una sola sicurezza. Esiste la sicurezza di chi vive in un quartiere, quella di chi ha un lavoro, quella di chi può curarsi, quella di chi sa che domani avrà ancora una casa.

E dovrebbe esistere anche la sicurezza di chi arriva e vuole poter costruire una vita senza essere considerato per sempre uno straniero.

Non è buonismo.

È politica.

Ed è forse questa la riflessione più importante che il Festival consegna alla politica: non dobbiamo scegliere tra sicurezza e accoglienza. Dobbiamo decidere quale sicurezza vogliamo costruire attraverso l'accoglienza.

Perché l'alternativa vera non è tra frontiere aperte e frontiere chiuse.

È tra una politica che governa la complessità e una politica che la semplifica fino a trovare un nemico.

Il nemico, in questa narrazione, può cambiare a seconda delle stagioni: il migrante, il povero, il diverso, chi arriva da un altro Paese.

Ma una comunità non diventa più forte quando trova qualcuno da escludere.

Diventa più forte quando riesce a includere senza rinunciare alle regole.

È qui che la parola fraternità smette di essere soltanto religiosa o sentimentale e diventa politica.

Fraternità significa riconoscere che una società non è fatta soltanto di individui che competono tra loro, ma di persone che condividono uno spazio, responsabilità e un destino comune.

E significa anche avere il coraggio di dire che l'accoglienza non può essere lasciata soltanto alla generosità dei singoli.

Non possiamo chiedere a volontari, famiglie, associazioni e realtà del terzo settore di supplire indefinitamente alle responsabilità delle istituzioni.

L'accoglienza ha bisogno di organizzazione, risorse, regole e servizi.

Ha bisogno della politica.

E ha bisogno di una politica che non abbia paura di dire che accogliere è una responsabilità pubblica.

È forse questo il messaggio che attraversa il Festival dell'Accoglienza 2026: la mitezza non è arrendevolezza, così come l'accoglienza non è debolezza.

La mitezza può essere una forma di coraggio.

L'accoglienza può essere una forma di responsabilità.

E la fraternità può diventare una forma di politica.

Il Cantico delle creature, scelto per aprire il Festival, ci riporta proprio alla necessità di riconoscere una relazione con ciò che ci circonda. Ottocento anni dopo Francesco, quella domanda non ha perso la sua forza.

Vogliamo una società costruita sulla paura dell'altro o una società capace di governare la paura senza trasformarla in rifiuto?

La politica può scegliere la strada più facile: indicare un confine, alzare un muro, promettere un respingimento.

Oppure può scegliere quella più difficile: governare, integrare, controllare, accogliere.

La seconda strada richiede più fatica e produce forse meno slogan.

Ma una democrazia adulta non dovrebbe avere bisogno di slogan per affrontare problemi complessi.

Dovrebbe avere bisogno di responsabilità.

Ed è questo, alla fine, ciò che il Festival dell'Accoglienza lascia in eredità al dibattito pubblico: non una risposta già confezionata, ma una domanda che la politica non può continuare a evitare.

Che cosa ci rende davvero più sicuri?

Tenere qualcuno fuori?

Oppure costruire una comunità nella quale nessuno sia costretto a sentirsi estraneo per sempre?

Perché respingere una persona può essere una decisione amministrativa.

Accogliere una persona è invece una scelta politica su quale società vogliamo essere.

Paura, fraternità, accoglienza

Peur, fraternité, accueil. Trois mots qui pourraient sembler appartenir à des univers différents et qui, pourtant, se retrouvent au cœur d'une même question : quelle société voulons-nous construire ?

C'est l'une des questions que le Festival de l'Accueil 2026 place au centre du débat. Un festival qui ne se contente pas de parler d'accueil, mais qui cherche à interroger ce que ce mot signifie aujourd'hui, dans une société traversée par les inquiétudes, les fragilités et les divisions.

Le choix d'ouvrir cette édition avec Le Cantique des créatures de saint François, à l'occasion du huitième centenaire de sa mort, n'est donc pas anodin. Le texte de François d'Assise est d'abord un regard. Un regard qui cherche la relation, la fraternité, ce qui unit les êtres humains et le monde qui les entoure.

Huit siècles plus tard, la question reste étonnamment actuelle : comment regardons-nous l'autre ?

Trop souvent, nous le regardons aujourd'hui à travers le prisme de la peur.

Peur de l'étranger. Peur du changement. Peur de perdre sa place, son travail, son niveau de vie. Peur aussi de ne plus pouvoir se soigner correctement, de ne pas trouver de logement, de voir les services publics s'affaiblir.

Ces peurs ne sont pas imaginaires. Elles font partie de la réalité de nombreux citoyens.

Mais elles ne peuvent pas devenir une réponse politique en elles-mêmes.

C'est précisément ce que rappelle le Festival de l'Accueil : la peur doit être entendue, mais elle ne doit pas être transformée en instrument de rejet.

Le rendez-vous du 21 septembre avec Franco Gabrielli et Chiara Saraceno prend ici une dimension particulière. En mettant en discussion la sécurité perçue et la sécurité réelle, les fragilités sociales, les droits et la confiance dans les institutions, le Festival élargit considérablement la question.

Car de quelle sécurité parlons-nous ?

De celle que l'on mesure avec des chiffres ? De celle que l'on ressent dans son quartier ? De la sécurité économique, sociale, sanitaire ? Ou de cette confiance élémentaire qui permet de croire que les institutions seront là lorsque nous en aurons besoin ?

La question est profondément politique.

Et elle le sera encore davantage dans les mois qui viennent, lorsque la sécurité et l'immigration reviendront au centre du débat public.

Il faudra alors éviter un piège : faire croire que l'accueil et la sécurité seraient nécessairement contradictoires.

Ils ne le sont pas.

L'accueil ne signifie ni l'absence de règles, ni l'absence de contrôles, ni le renoncement à lutter contre la criminalité. Une société a besoin de règles et les institutions ont le devoir de les faire respecter.

Mais il faut également avoir le courage de dire une chose simple :

refouler n'est pas accueillir, et refouler ne signifie pas automatiquement être plus en sécurité.

Lorsqu'une personne arrive après avoir fui une guerre, des persécutions, la misère ou simplement à la recherche d'une vie meilleure, elle ne devient pas, par le seul fait de franchir une frontière, une menace.

Elle reste une personne.

La politique peut et doit organiser les migrations. Elle doit fixer des règles, répartir les responsabilités, lutter contre les trafics, assurer la sécurité et construire des parcours d'intégration.

Mais elle ne devrait pas transformer l'étranger en symbole de toutes nos inquiétudes.

Car il y a une différence essentielle entre gouverner les migrations et gouverner la peur par les migrations.

La première est une responsabilité politique.

La seconde risque de devenir une facilité politique.

Et c'est là que l'accueil prend toute sa dimension.

Accueillir, ce n'est pas simplement ouvrir une porte. C'est permettre à celui qui arrive de trouver une place dans la société.

Cela signifie apprendre la langue, accéder à l'école, au logement, au travail, connaître ses droits et respecter ses devoirs.

Cela signifie aussi demander à chacun de respecter les règles communes.

Autrement dit, l'accueil n'est pas l'absence d'exigence. Il est une manière d'organiser la coexistence.

Et cette coexistence concerne tout le monde.

Car la sécurité ne se résume pas à la présence ou à l'absence d'un étranger dans un quartier.

La sécurité, c'est aussi savoir que l'on pourra conserver son emploi, payer son logement, se soigner, vieillir dignement, accompagner ses enfants et compter sur les institutions.

C'est aussi, pour celui qui arrive, savoir qu'il existe un chemin pour devenir pleinement membre de la communauté.

C'est pourquoi l'accueil est également une question de sécurité.

Et c'est probablement l'une des idées fortes que le Festival de l'Accueil entend porter dans le débat public.

Nous n'avons pas à choisir entre sécurité et accueil. Nous devons construire une politique qui rende compatibles les deux.

Cela demande davantage que des slogans.

Cela demande des moyens, des services publics, des collectivités engagées, des associations soutenues et des institutions capables d'assumer leurs responsabilités.

Cela demande aussi de ne pas abandonner l'accueil à la seule générosité des citoyens.

Les bénévoles, les familles, les associations et le monde associatif peuvent ouvrir des portes. Mais ils ne peuvent pas indéfiniment remplacer les institutions.

L'accueil est une responsabilité collective.

Et donc une responsabilité politique.

C'est ici que la fraternité prend tout son sens.

Elle n'est pas seulement une valeur religieuse ou un sentiment généreux. Elle peut devenir un principe politique : reconnaître que nous partageons un même espace, des droits, des devoirs et une part de responsabilité dans le destin de notre communauté.

Une communauté ne devient pas plus forte parce qu'elle trouve quelqu'un à exclure.

Elle devient plus forte lorsqu'elle sait accueillir sans renoncer à ses règles, intégrer sans nier les différences et protéger sans transformer l'autre en ennemi.

C'est peut-être aussi le sens du thème choisi cette année par le Festival : « La douceur est désarmante ».

La douceur n'est pas la faiblesse.

L'accueil n'est pas la naïveté.

Et la fraternité n'est pas le renoncement à l'autorité.

Il faut parfois davantage de courage pour accueillir que pour repousser.

Davantage de courage pour construire un parcours d'intégration que pour ériger une barrière.

Davantage de courage pour expliquer la complexité que pour désigner un coupable.

Voilà pourquoi le Festival de l'Accueil dépasse largement le cadre d'une manifestation culturelle.

Il pose une question à la politique.

Une question qui concerne les migrants, bien sûr, mais qui nous concerne tous :

voulons-nous construire une société gouvernée par la peur de l'autre, ou une société capable de gouverner la peur sans transformer celle-ci en rejet ?

La réponse ne sera pas simple.

Elle demandera des règles, du contrôle, des moyens et de la fermeté lorsque cela est nécessaire.

Mais elle demandera aussi de l'humanité.

Car une politique qui ne sait que repousser finit par ne plus savoir accueillir.

Et une société qui ne sait plus accueillir risque, peu à peu, de ne plus savoir faire une place à la différence.

Le Cantique des créatures nous rappelle, huit siècles après saint François, que nous ne sommes jamais totalement séparés de ce qui nous entoure.

Le Festival de l'Accueil nous invite, lui, à tirer une conséquence politique de cette idée :

l'autre n'est pas seulement celui qui arrive. Il est aussi celui avec lequel nous devons apprendre à vivre.

Et c'est peut-être là que commence une autre idée de la sécurité.

Non pas une sécurité construite contre les autres.

Mais une sécurité construite avec les autres.

Parce que refouler peut être une décision administrative.

Accueillir est un choix de société.

piero.minuzzo@gmail.com