La riduzione degli organici, la possibile dismissione di sedi e il progressivo ridimensionamento delle produzioni rappresentano non soltanto una questione interna all’azienda, ma un tema che riguarda il rapporto tra una grande realtà del servizio pubblico e il territorio che l’ha vista nascere. È da questa considerazione che arriva l’intervento del cardinale Roberto Repole, arcivescovo di Torino e vescovo di Susa, che ha scelto di dare voce alle preoccupazioni raccolte direttamente dalle rappresentanze dei lavoratori.
Nel pomeriggio di 17 settembre 2026, Repole ha incontrato le rappresentanze sindacali del Centro di Produzione Rai di Torino, dell’Orchestra Sinfonica Nazionale, della sede di via Cavalli e il Comitato di redazione dei giornalisti di via Verdi. Un confronto nel quale è emerso il timore per il futuro di una presenza che, nel corso dei decenni, ha avuto un peso significativo nella vita culturale, professionale ed economica della città.
Il punto, secondo l’arcivescovo, va però oltre la dimensione sindacale. Repole parla infatti di una preoccupazione che dovrebbe coinvolgere l’intera comunità, perché la Rai torinese non è soltanto un insieme di sedi e posti di lavoro, ma anche un patrimonio di competenze, professionalità e produzioni costruito nel tempo. «Il bisogno di capire non sia solo sindacale, ma di società civile e di comunità», sottolinea il cardinale, richiamando l’attenzione sul valore che la presenza Rai rappresenta per Torino.
Il ridimensionamento di una struttura produttiva ha inevitabilmente conseguenze che vanno oltre i dipendenti direttamente coinvolti. Attorno alla Rai ruota infatti una rete di professionalità e attività legate alla produzione audiovisiva, alla cultura, alla musica, all’informazione e ai servizi. Per questo ogni scelta sul futuro delle sedi torinesi può essere letta anche alla luce dell’impatto sul tessuto economico e professionale della città.
Repole richiama proprio il carattere di eccellenza della Rai torinese, affermando che «tutti comprendiamo che non dobbiamo perdere le nostre eccellenze». Un passaggio che assume un significato particolare in una fase nella quale la presenza delle grandi istituzioni culturali e produttive viene sempre più misurata anche in termini di sostenibilità economica e di capacità di generare valore sul territorio.
C’è poi il tema dell’informazione e del suo ruolo nella società contemporanea. In un momento nel quale il sistema dei media attraversa profonde trasformazioni, la riduzione della presenza produttiva di un servizio pubblico non riguarda soltanto la quantità di programmi realizzati, ma anche la capacità di mantenere sul territorio competenze e infrastrutture dedicate alla produzione e alla diffusione dell’informazione.
«Il tema dei mass media e dell’informazione ricopre un ruolo sempre più importante nella vita democratica», osserva Repole, collegando così la questione industriale e occupazionale alla più ampia funzione del Servizio pubblico. È un richiamo alla necessità di considerare la Rai anche come infrastruttura civile, oltre che come azienda.
Da qui l’auspicio espresso dall’arcivescovo per un cambio di prospettiva. Repole afferma di sperare «con forza che sia possibile riprendere gli investimenti per lo sviluppo del Servizio pubblico televisivo a Torino», indicando nella città un luogo che ha una particolare relazione con la storia della Rai.
Torino, ricorda infatti il cardinale, è il luogo «dove tanti anni fa la Rai fu inventata e venne messa a disposizione dell’Italia». Una storia che oggi viene richiamata nel momento in cui il futuro della presenza Rai in città torna al centro della discussione.
Il confronto sui tagli, dunque, non si limita alla difesa degli assetti esistenti. Sullo sfondo c’è la domanda su quale ruolo debba avere il Servizio pubblico nei territori e su quanto la presenza di strutture produttive, professionalità e competenze possa continuare a rappresentare un investimento, anziché soltanto un costo da ridurre. Per Torino, la partita riguarda insieme lavoro, cultura, informazione e capacità produttiva. E il richiamo di Repole porta la discussione fuori dagli uffici Rai e dentro la comunità.