L’apertura del nuovo impianto di tiro a volo di Châtillon non è destinata a rimanere soltanto una vicenda legata allo sport. La struttura realizzata in località Les Iles, su un’area di oltre 30 mila metri quadrati, è stata consegnata dalla Regione al Comune il 19 agosto 2026 e autorizzata all’attività il giorno successivo, con l’avvio operativo previsto a partire dal 22 agosto. Accanto alle discipline sportive del tiro a volo, il nuovo impianto comprende infatti anche un settore dedicato al cosiddetto percorso di caccia, nel quale i piattelli simulano il volo della selvaggina.
È proprio questo aspetto a essere finito nel mirino della Delegazione LIPU di Aosta. L’associazione ambientalista non si concentra soltanto sulle contestazioni relative all’impatto acustico dell’impianto, questione sulla quale afferma di avere già interessato le autorità competenti, ma solleva una riflessione più ampia sul significato di una struttura che consente di allenarsi alla caccia simulando i movimenti degli uccelli selvatici.
Il riferimento è soprattutto alla tipica fauna alpina e, in particolare, a pernice bianca, coturnice e gallo forcello, specie che secondo la LIPU non possono essere considerate semplicemente bersagli da riprodurre artificialmente. «Troviamo questa scelta poco coerente con la crescente necessità di sviluppare attenzione e sensibilità verso la fauna alpina», sostiene la delegazione guidata da Anna Rita Parlagreco, sottolineando come questi uccelli siano parte integrante degli ecosistemi montani e debbano essere valutati alla luce della crescente vulnerabilità degli habitat e delle pressioni che interessano le popolazioni selvatiche.
Il tema assume un peso ancora maggiore proprio in questi giorni, alla vigilia della stagione venatoria. La domanda posta dalla LIPU è volutamente provocatoria: «È davvero necessario continuare a cacciare specie già in difficoltà, e persino predisporre impianti nei quali ci si possa allenare simulandone specificamente il volo?». Una domanda che porta il confronto oltre la tradizionale contrapposizione tra favorevoli e contrari alla caccia e investe il modo in cui una comunità alpina decide di rapportarsi alla propria fauna.
La questione della pernice bianca, del resto, non è soltanto teorica. Il 10 settembre 2026 il TAR Piemonte ha accolto parzialmente il ricorso presentato da associazioni ambientaliste contro il calendario venatorio regionale 2026/2027, sospendendo, tra l’altro, la possibilità di cacciare la pernice bianca nella parte in cui il calendario regionale si discostava dalle indicazioni dell’ISPRA. Il Tribunale ha invece respinto la richiesta di sospensione generalizzata del calendario.
Il provvedimento piemontese non riguarda direttamente la Valle d’Aosta, ma rappresenta un precedente politicamente e ambientalmente significativo per l’intero arco alpino. Il punto centrale è il rapporto tra decisioni amministrative e pareri scientifici quando sono in gioco specie considerate vulnerabili. In Piemonte, proprio sulla pernice bianca, il confronto istituzionale era già particolarmente acceso: nel luglio 2026 una consigliera regionale aveva chiesto l’esclusione della specie dal calendario venatorio, richiamando il parere ISPRA secondo cui non sussistevano le condizioni minime per consentirne la caccia. La Regione aveva invece difeso il proprio modello di prelievo, definendolo estremamente conservativo.
È una differenza di approccio che merita attenzione anche in Valle d’Aosta. Da una parte vi è il mondo venatorio, che rivendica la caccia come attività regolamentata, tradizione, pratica sportiva e componente della gestione faunistica; dall’altra le associazioni ambientaliste chiedono che la conservazione delle specie più fragili diventi il criterio prioritario. In mezzo ci sono le istituzioni, chiamate a trovare un equilibrio tra interessi differenti e, soprattutto, a decidere sulla base di dati scientifici aggiornati.
La stessa esperienza piemontese dimostra quanto il tema sia diventato anche giuridico e non soltanto politico. Il TAR ha infatti ribadito, nel quadro della propria valutazione cautelare, l'importanza delle indicazioni dell'ISPRA per specie particolarmente sensibili. Non significa che ogni parere scientifico sia automaticamente vincolante per l'amministrazione, ma che un eventuale scostamento deve essere adeguatamente motivato. È un passaggio destinato a pesare nel dibattito nazionale sulla gestione della fauna selvatica.
A Châtillon, nel frattempo, il nuovo impianto rappresenta anche un investimento pubblico e un'infrastruttura destinata a riportare in Valle d'Aosta un'attività che aveva perso i propri impianti di riferimento. Le precedenti strutture di Aosta e Châtillon erano state chiuse nel 2012, anche per problematiche legate ai residui delle munizioni che finivano nella Dora. Il nuovo impianto punta ora a diventare un riferimento non soltanto regionale, ma anche per raduni e attività agonistica di livello più ampio.
La struttura dispone di due fosse per fossa olimpica, fossa universale e double trap, oltre al percorso di caccia. È inoltre dotata di una club house e di un parcheggio da circa 50 posti. L'autorizzazione comunale all'attività è stata rilasciata fino al 31 dicembre 2026, in attesa del perfezionamento della concessione.
Proprio per questo, la discussione non può essere ridotta alla contrapposizione tra chi difende il tiro a volo e chi lo contesta. C'è anche una dimensione economica e territoriale: una nuova infrastruttura sportiva può produrre attività, frequentazioni, competizioni e ricadute per il territorio, ma deve necessariamente confrontarsi con l'impatto sulle aree circostanti, con il rumore e con la compatibilità ambientale. Il punto, quindi, non è necessariamente stabilire se un impianto di tiro a volo debba esistere, ma quali condizioni debbano accompagnarne l'attività in un territorio montano densamente vissuto e caratterizzato da una forte presenza di fauna selvatica.
Ed è proprio su questo terreno che la presa di posizione della LIPU prova a spostare il dibattito. L'associazione non si limita a chiedere maggiore tutela, ma pone una questione culturale: quale immagine della fauna alpina vogliamo trasmettere? Se pernice bianca, coturnice e gallo forcello sono specie sottoposte a pressioni ambientali e climatiche, è opportuno continuare a considerarle anche come bersagli della pratica venatoria oppure occorre modificare progressivamente il modello di gestione?
«La fauna selvatica è un patrimonio di tutti», ricorda la LIPU, arrivando alla conclusione più netta del proprio intervento: «Prima di chiederci come cacciarla, dovremmo chiederci se sia ancora opportuno farlo».
È una frase destinata inevitabilmente a dividere. Per il mondo venatorio la sostenibilità si misura attraverso censimenti, piani di prelievo, limiti numerici e gestione programmata; per il mondo ambientalista, invece, quando una popolazione mostra segnali di difficoltà il principio di prudenza dovrebbe prevalere sul mantenimento della possibilità di abbattimento. La vera sfida politica, soprattutto in una regione alpina come la Valle d'Aosta, consiste forse nel tenere insieme queste due esigenze senza trasformare ogni confronto sulla fauna in una guerra ideologica.
La pernice bianca, in questo senso, rischia di diventare il simbolo di una discussione molto più ampia: quella sul futuro della fauna alpina e sul confine tra conservazione e sfruttamento della risorsa faunistica. E mentre il Piemonte si prepara a confrontarsi nuovamente con il tema davanti al giudice amministrativo, con l'udienza di merito fissata per il 19 novembre 2026, anche in Valle d'Aosta la questione è destinata a tornare al centro dell'attenzione.
La domanda posta dalla LIPU, dunque, resta sul tavolo. Non riguarda soltanto il nuovo impianto di Châtillon, né soltanto la prossima stagione venatoria. Riguarda quale equilibrio una regione alpina intenda costruire tra sport, tradizioni, economia del territorio e tutela della biodiversità. E, soprattutto, se per alcune specie particolarmente vulnerabili sia arrivato il momento di considerare la prudenza non come una rinuncia, ma come una forma concreta di responsabilità.